Ambone d’Aiello particolare

La produzione artistica normanna a Salerno.

E’ del periodo normanno una florida produzione artistico-culturale che riflette il benessere economico della città, decenni questi, in cui la Scuola Medica Salernitana, la più importante istituzione medica in Europa nel medioevo, vede il suo massimo splendore. Tra l’XI e il XII secolo d.C. viene prodotta la più vasta raccolta di tavole d’avorio esistente al mondo, probabilmente l’opera più prestigiosa della città: ben 69 formelle di cui 37 raffiguranti episodi del Vecchio e Nuovo Testamento.

Interno Museo Diocesano di Salerno.
Pannello conservato al Museo Diocesano di Salerno raffigurante La Natività e La fuga in Egitto CC BY-SA 3.0

Esposte nel Museo Diocesano di Salerno, esse decoravano il paliotto dell’altare della Cappella del Tesoro del Duomo, sebbene ancora oggi diverse sono le ipotesi sulla loro precisa collocazione.

TAV XI Commendatio della chiesa
TAVOLA IV Accensione del Cereo

Altro esempio di produzione artistica di alto pregio e l’Exultet (metà XII, inizio XIII secolo d.C.) un rotolo di pergamena di 11 fogli illustrati con miniature dai colori sgargianti che riporta un’antica preghiera recitata durante la veglia pasquale, anch’esso in parte esposto oggi nel Museo Diocesano di Salerno.

Museo Diocesano di Salerno, Croce di Roberto il Guiscardo.

All’interno del Museo è custodita, inoltre, una preziosa croce che secondo le “Cronache del Monastero di Montecassino”, si dice appartenesse a Roberto il Guiscardo che la portò con sé durante la presa di Durazzo nel 1081 d.C.. Nel tempo profondamente modificata, la croce contiene, al suo interno, un reliquiario: un dente di San Matteo e un altro di San Giacomo. Situato nell’area ad ovest della città, probabilmente non lontano dalla foce del fiume Fusandola, era il porto di Salerno. In quest’area lo storico dell’arte Antonio Braca, autore di un approfondito studio su palazzo Pedace, a sud dell’attuale quartiere delle Fornelle, riconosce la dimora del Vicecancelliere del re Gugliemo II, Matteo d’Aiello e di una chiesa di sua proprietà (l’ambiente medioevale posto al piano terra), come testimonia, inoltre, un atto di permuta del 1183 d.C.: “[…] de jure similieter commutatione ordinem recepistis a nobis ecclesiam S.Mariae nostris sumptibus iuxtra domum patrimonii nostri fondata in vico S.Trophimenis cum possessionibus”. L’interessante studio di questa antica dimora dimostra l’importanza urbanistica di questa area occidentale la cui vicinanza alla struttura portuale era per il d’Aiello strategica. In quanto importante funzionario alla corte regale che allora risiedeva in Sicilia, egli poteva comodamente servirsi delle navi per i suoi spostamenti marittimi tra la Sicilia e Salerno, all’epoca importante base amministrativa peninsulare. La letteratura medievale, di quel periodo, tramanda una delle più importanti testimonianze della conquista dell’Italia meridionale ad opera di Enrico VI di Svevia, figlio dell’Imperatore Federico Barbarossa: il poema a carattere storico e guerriero, composto molto probabilmente intorno al 1195 d.C., dal poeta, cronista, Pietro da Eboli, dal titolo “Liber ad honorem Augusti” (custodito nella Burgerbibliothek di Berna in Svizzera, si compone di 1673 versi ed è corredato da 53 miniature) quindi sul finire del dominio normanno a Salerno e del sud Italia, grazie alla  conoscenza della città di Salerno da parte di Pietro da Eboli, rende le miniature estremamente preziose in quanto evidenziano alcune delle strutture medioevali, edificate proprio durante la dominazione normanna.

La cattura di Costanza a Salerno di pubblico dominio
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Di fatto possiamo riconoscere: la Cattedrale, il Colle Bonadies con la Turris Maior del Castello, le mura merlate che scendono dal Castello stesso (lungo i due crinali del Colle) e Castel Terracena. In più di una pergamena, inoltre, è ritratta la figura di Costanza d’Altavilla (ultima regina della casa d’Altavilla, moglie di Enrico VI di Svevia) mentre tenta, senza risultato, di placare l’insurrezione dei salernitani fedeli ai normanni. Interessante, inoltre, è la rappresentazione, molto schematica, dell’antico porto di Salerno, dal quale Costanza, fuggiasca, parte alla volta della Sicilia con una galera (o galea), caratteristica imbarcazione biremi medioevale, insieme a un cospicuo numero di galeotti pronti a salpare.

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L’ultima pergamena che rappresenta Salerno è quella dell’assalto di Enrico VI di Svevia (divenuto nel frattempo Imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia). Quasi coevi al celebre poema di Pietro da Eboli sono alcune produzioni artistiche di elevato pregio ed eleganza, presenti all’interno della Cattedrale: si tratta di una inscrizione posta all’interno di un arco, elegantemente decorato da lavori musivi a fondo d’oro e attualmente murato, posto sul lato del transetto della Cattedrale di Salerno, voluta da Matteo d’Aiello, Vicecancelliere del re Guglielmo.

Transetto della Cttedrale di Salerno, arco voluto da Matteo d’Ajello.

L’elemento architettonico era in realtà originariamente collocato, fino ai primi decenni del XVIII secolo, nei pressi del Coro del Duomo, la Schola Cantorum (modello assai diffuso nelle chiese del centro Italia, legato alla Riforma tra l’XI e il XII secolo), fungendo da elemento comunicativo tra il Coro e la restante navata centrale dove erano collocati gli amboni. L’iscrizione recita: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1180, indizione XIV, al tempo del magnificentissimo signore Guglielmo gloriosissimo re di Sicilia, del Ducato di Puglia, del Principato di Capua, Matteo, illustre Vicecancelliere dello stesso re, grande cittadino di Salerno, fece fare quest’opera, ad onore di Dio e dell’Apostolo Matteo”. Nell’opera “Il Duomo di Salerno” di Monsignore Arturo Capone, si descrive così l’area in questione: “Matteo D’Aiello non dimenticò il paese che gli diede i natali ed innanzi tutto pensò a decorare di mosaici nel Duomo il muro destinato a dividere il coro basso dal resto della nave centrale… Detto muro oggi è intermezzato da un’inferriata con larghi ornamenti di ottone, nel cui centro si apre un cancello… giova però conoscere che fino all’epoca del Perlas, il muro si distendeva per tutto lo spazio occupato dell’inferriata, ed era chiuso da una porta, sopra la quale si innalzava lo splendido arco a mosaico che a suo tempo descriveremo ”. Due sono gli amboni presenti: sulla sinistra della navata, l’ambone Guarna e, sulla destra, l’ambone d’Aiello.

Ambone Guarna

Il primo fu commissionato dall’arcivescovo Romualdo II Guarna come ben si legge sul parapetto della cassa. La sua datazione non supera il 1181 d.C., anno della morte dell’arcivescovo sebbene realizzata, senza ombra di dubbio, alcuni decenni prima. Particolarità singolare dell’ambone Guarna sono gli angoli smussati al cui interno si ritrovano degli elementi scultorei: due figure maschili (i telamoni) sul lato esterno e due colonne tortili sul retro. Gli archi che sostengono la cassa sono decorati da eleganti bassorilievi, raffiguranti i profeti Isaia e Geremia, mentre sul lato del balconcino ritroviamo l’Angelo di San Matteo, sulla sinistra, e l’Aquila di San Giovanni sulla destra. La cassa è sorretta da quattro colonne con capitelli sui quali sono scolpite figure di uccelli, alberi stilizzati, genietti, fiori vari, con evidente riferimento allo stile decorativo della scultura romana imperiale. Il pluteo è riccamente decorato con colorati disegni musivi geometrici accompagnati da fasce variopinte che girano attorno a dischi di porfido.

Ambone d’Aiello
Ambone d’Aiello

L’ambone d’Aiello, detto anche maggiore, sul lato destro della navata presenta, anche in questo caso, lungo il pluteo, raffinati mosaici geometrici marmorei in stile cosmatesco (di derivazione bizantina). Di datazione piuttosto controversa risale, con molta probabilità, all’epoca della investitura ad arcivescovo del figlio di Matteo d’Aiello, Niccolò d’Aiello, dunque alla fine degli anni ’80 del XII secolo.  La cassa è sorretta da dodici colonne con capitelli sui quali sono scolpite varie figure uguali due per volta, con chiari riferimenti architettonici del Duomo di Monreale. L’ambone presenta curiosamente due leggii di due stili differenti, di cui uno sicuramente estraneo al pulpito e aggiunto successivamente. Uno presenta un gruppo scultoreo di chierici con le braccia alzate, l’altro la rappresentazione di un uomo avvolto dalle spire di un serpente con testa artigliata dall’aquila; il primo lettorino è rivolto verso il coro, il secondo verso la navata centrale. In realtà, come ben denota Antonio Braca, il gruppo di chierici può essere più contestualizzato nell’area della Schola Cantorum, mentre il leggio con l’uomo col serpente è legato all’ambone e alla liturgia pasquale. Non lontano da quest’ultimo si innalza il candelabro per il cero pasquale e, un tempo, vi era anche una fonte battesimale a poca distanza. Il gruppo scultoreo del leggio, pertanto, riflette la presenza di elementi dal forte richiamo liturgico.

Daniele Magliano

Architetto- giornalista che ama approfondire tematiche di architettura, urbanistica, design, ma anche di storia, evoluzione e curiosità riguardanti oggetti di uso quotidiano. Mi piace, in generale, l'arte della costruzione: riflesso del nostro vivere in quanto unisce passato, presente e futuro prossimo di una comunità.

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