Protocolli

di Giuseppe Moesch*

La vita di ogni giorno ci vede immersi in una quasi infinita selva di norme comportamentali derivanti dalle indicazioni giuridiche, scientifiche e sociali che scaturiscono dall’insieme di valutazioni e di valori propri della società occidentale.

Da sempre i gruppi primordiali di ominidi, sulla base delle diverse condizioni ambientali, hanno limitato i comportamenti dei singoli, nell’interesse del gruppo di appartenenza, con l’obiettivo di massimizzare il benessere della tribù o del clan teso alla continuità ed alla sopravvivenza dello stesso.

Si è da sempre compreso che i comportamenti egoistici degli individui potevano essere dannosi e si sono prescritte norme atte ad evitare conflitti endemici.

Non comprendendo chiaramente il divenire delle componenti naturali, da quelle fisiche a quelle più complesse della chimica o della biologia, si è tentato, sulla base delle esperienze e delle prime osservazioni, di esorcizzare prima, e di evitare più tardi, le componenti rischiose per la sopravvivenza.

Ogni gruppo ed ogni altro aggregato, fino a quelli più vasti a formare organizzazioni complesse, hanno imposto leggi più o meno definite, che comprendevano componenti razionali e non.
Dalle prime forme religiose che individuavano in specifiche divinità le responsabilità di fenomeni come la pioggia, i fulmini o gli altri fenomeni meteorologici, ai comportamenti da tenersi durante la caccia o alle relazioni tra i conspecifici, tutto era soggetto ad una visione collettiva che andava rispettata e che veniva imposta attraverso garanti, capi riconosciuti per saggezza e forza fisica o in tempi successivi anche per conoscenza spesso vista come proveniente dal rapporto con le divinità, sciamani, stregoni, guaritori, sacerdoti e quant’altro.

L’identità del gruppo si riconosceva nell’accettazione di quel modo di intendere la vita e quelle visioni comuni spesso portavano al conflitto con altri gruppi che avevano differenti
parametri di identità, con la conseguenza di portare a scontri assai spesso cruenti, per il controllo dei territori e delle risorse, attraverso l’imposizione del proprio credo e della propria visione della vita.

Sono trascorsi milioni di anni ma i comportamenti umani sono rimasti immutati.
I primi graffiti, le prime forme di arte vascolare e statuaria ci portano tracce di queste visioni unificanti e prescrittive, ma se volessimo fermarci ad osservare gli ultimi cinquemila anni, a partire da fonti certe, dall’inizio della storia in corrispondenza della nascita della scrittura, ci imbatteremmo in una sequele di regni, di imperi di organizzazioni di conquistatori che nelle azioni di espansione e di sopraffazione imponevano le proprie norme, le proprie divinità, le proprie leggi e la propria lingua; tra le tante, una delle più abili fu certamente quella romana che fu in grado di assorbire il meglio della cultura greca, razionalizzando le basi giuridiche e imponendo il matrimonio dei propri legionari con le figlie dei popoli sottomessi ed assorbendo praticamente tutte le divinità nell’ampissimo pantheon preesistente.

In ogni caso il comportamento è sempre stato quello dell’affermazione della superiorità culturale rispetto alle popolazioni cosiddette barbare o incivili. La conseguenza quindi è sempre stata l’imposizione di usi, costumi, norme e prescrizioni spesso incomprensibili per i destinatari del nuovo ordine.

Basti pensare, per i tempi a noi più vicini, ai conquistadores spagnoli in sud America rispetto a Maya, Incas e Aztechi, grandi imperi distrutti nel giro di pochi anni per l’avidità dei conquistatori che dettero il via alla politica coloniale; pensare alle altre popolazioni precolombiane, sopraffatte dai coloni nel nord rispetto ai nativi precedentemente insediati un quelle terre, decimate e ristrette in aree limitate, all’espansionismo dell’impero ottomano, ai comportamenti dell’Unione sovietica con gli stati confinanti, ai tentativi hitleriani di imporre la superiorità razziale ariana, alla logica maoista di annullamento della cultura e della religione dei suoi maggiori, sacrificata sull’altare del comunismo, così come oggi il credo del mercato consente di proporre comportamenti economici da accettare a scatola chiusa, oppure ai cafoni del sud Italia, liberati, annessi e defraudati dei loro diritti e dei loro denari e spogliati delle attività industriali che possedevano..

La conseguenza principale è la prescrizione di comportamenti, economici, sociali e culturali ormai sempre più automatizzati che si concludono nella predisposizione di protocolli, che nascono dalla necessità di standardizzazione di procedure da far rispettare ai soggetti di volta in volta cittadini davanti alla legge, di ammalati di fronte alla sanità, di studenti davanti all’istruzione, di operatori economici di fronte alle leggi di mercato, di stili di vita di fronte ai social, riducendo lo spazio di manovra, ovvero di valutazione personale di fronte ai casi reali che si dovranno affrontare.

L’analisi astratta di casi potenzialmente simili porta alla necessità di suggerire comportamenti che massimizzino i risultati in base ad esperienze pregresse, ovvero di protocolli che assicurino il rispetto delle procedure; se questo modo di procedere si adatta bene a processi meccanici ripetitivi, mal si conciliano con le condizioni di vita degli esseri viventi.

La deresponsabilizzazione che discende dall’applicazione di quei protocolli, amplificata dalla sempre più massiccia scelta di ricorrere alla AI, aggiunta al sempre più basso livello culturale medio delle nuove generazioni, è alla base delle inquietanti incongruenze davanti alle quali ci troviamo.

Non tutti però accettano supinamente questa condizione di annullamento della propria capacità decisionale; sempre c’è stato qualcuno che ha rivendicato il proprio diritto a ragionare con la propria testa.
Dissidenti per difendere la propria cultura, rivoluzionari, eretici, liberi pensatori, quasi sempre inclusi nella categoria dei pazzi, e come tali esclusi dal contesto sociale se non addirittura eliminati dallo stesso.

Da Socrate a Giordano Bruno, da Gesù di Nazareth a Lutero, da Mazzini a Martin Luther King, da Giovanna d’Arco a Marie Gouze, è un insieme di uomini e donne che hanno creduto nelle loro idee e per quei valori sono morti, e comunque non li hanno rinnegati. Hanno vinto alla fine perché la loro posizione eretica è sopravvissuta a chi li aveva osteggiati ed è stata accettata con l’evolversi di un pensiero che ha incrementato le capacità di comprensione degli uomini.

Altri hanno abiurato come Galilei, preferendo la salvezza fisica a quella della propria mente e delle proprie idee, conformandosi alla superiorità della forza brutale dei dominatori, in un periodo in cui fu concepito l’Indice, ovvero l’elencazione dei libri proibiti, da ardere e in ogni caso da sottrarre alla lettura dei sudditi. Di competenza dell’Inquisizione, fu soppresso il 25 marzo 1917, anche se i suoi compiti furono nuovamente attribuiti all’Inquisizione poi rinominato Santo Uffizio.
Potrebbe apparire anacronistica quella attività che tuttavia è ancora fortemente presente nel nostro Paese e nel resto del mondo.

Solo nell’aprile del 2021 si annunciò l’abolizione della censura nel cinema, ma di fatto essa è stata affidata alle competenze del Ministero per la Cultura con la creazione della Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, che non impedisce la diffusione ma attribuisce ad esse una potenziale limitazione per fasce di età, mentre i produttori restano liberi di pubblicare in streaming le loro opere. La cosa singolare è che i nostri maggiori intellettuali di regime desiderano con forza il contrario. È dei giorni scorsi la polemica relativa alla presenza della casa editrice “Passaggio al Bosco” alla manifestazione “Più libri più liberi” per i contenuti delle pubblicazioni di quell’editore.

Non condivido, né tantomeno ho mai ritenuto di poter condividere, i contenuti di quegli scritti, tuttavia mi appare inaccettabile la pretesa di quei faziosi; se ci sono contenuti contrari ai principi costituzionali in singoli volumi, li si persegua sul piano penale, ma non mi sembra accettabile l’esclusione a priori di un editore, per motivi politici, perché politically uncorrect.

La diversità culturale è una ricchezza ma se viene interpretata come superiorità, porta necessariamente al pensiero unico, all’imposizione del pensiero unico tipico dei regimi assolutistici, e prodromico alle visioni assolutistiche dei regimi fascisti e comunisti ed alla antica visione della Chiesa cattolica ripudiata dalla stessa Chiesa con la richiesta di perdono da parte di Giovanni Paolo II per tutti i danni provocati, dalle crociate alle sopraffazioni della conquista del sud America e del colonialismo, dalle condanne dell’Inquisizione alle connivenze di ogni epoca con regimi autoritari.

Una società matura ha tutti gli strumenti per comprendere quale sia la direzione da seguire coerentemente con la propria visione della vita, ed ha nella scuola e nella cultura la forza sulla quale basarsi.

Oggi noi crediamo sia inaccettabile la poligamia o la poliandria, eppure negli Usa i Mormoni praticano liberamente la prima e in Tibet assistiamo ad una delle ultime forme della seconda; sono forme sociali derivanti da passate esigenze di incremento demografico, così come la circoncisione è prescrizione religiosa per imporre norme igieniche pari a quelle alimentari per scongiurare malattie derivanti dal mangiare cibi potenzialmente dannosi come maiali o pesci in regioni estremamente calde ed in assenza di linee del freddo che ne possano garantire la conservazione.

In ognuna di quelle comunità esistono norme che disciplinano quei comportamenti e che appaiono in contrasto con quelle che adottiamo in occidente, ma non per questo solo fatto debbono essere considerate sbagliate; possiamo considerarle incoerenti con il nostro sistema di valori o con le nostre leggi o ancora con il nostro modo di vedere la vita, ma non possiamo certamente vederle avulse dal contesto socio culturale in cui si sono evolute; in caso contrario ci ritroveremmo nelle stesse visioni colonialistiche dettate da una presunta superiorità razziale.

La moderna visione soggetta al mercato ci porterebbe ad accettare la visione trumpiana esposte nelle ultime esternazioni del Presidente statunitense che suggerisce a Zelensky di accettare le condizioni di Mosca perché assai più forte dell’Ucraina, con buona pace del diritto internazionale.

La conseguenza maggiore di questa situazione deriva dalla permeabilità dei differenti sistemi sociali ovvero dalla mobilità di grandi masse di uomini provenienti da zone del pianeta con diversi usi e costumi, pensiamo ad esempio ai gruppi di religione musulmana per i quali la donna, la famiglia, il matrimonio hanno forme e rituali assai diversi da quelli occidentali. Non è lecito da parte nostra pretendere di mutare quel modo di vedere le cose nei loro paesi d’origine: possiamo certamente auspicare cambiamenti in ossequio ai diritti dell’uomo accettato dall’ONU, ma non possiamo imporlo. Oggi alcuni paesi arabi hanno accettato che le donne possano essere affrancate dalla tutela maschile, ma non tutti i diritti sono accettati con parità. Possiamo però pretendere che chi viene nei nostri Paesi sia ossequioso delle norme vigenti, ma certamente non possiamo imporre i nostri valori salvo a ritrovarci nella medesima condizione di colonialisti.

La mescolanza di etnie provenienti da culture differenti provoca tensioni tra chi considera obsoleti, primitivi, incivili quei costumi e chi vorrebbe conservarli come patrimonio della propria cultura e della propria identità.
La soluzione è forse solo nella parola tolleranza, pronunciata e sentita da tutte le parti in causa. Il problema è acuito dalle condizioni di emarginazione specialmente per le seconde generazioni che non riescono a ritrovarsi nella scissione psicologica tra le norme della famiglia d’origine e quelle della società d’accoglienza.

Spesso ci siamo trovati di fronte a rigidità che rasentano il razzismo imponendo comportamenti inaccettabili come ad esempio l’uso di abbigliamenti o di costumi alimentari come mangiare nelle mense scolastiche prodotti quali la carne per induisti o il maiale per chi è di religione islamica o ebraica, e si è cercato di intervenire prevedendo menu alternativi, ma spesso si è assistito a situazioni di quasi sopraffazione quando si è preteso di eliminare i nostri valori come ad esempio l’eliminazione del crocifisso dalle scuole o dalle sedi pubbliche, richieste avallate da un malinteso senso dell’accoglienza speso solo per motivi di bassa cucina politica.
Ma a prescindere da questi scontri culturali di fondo, anche a livello interno sono esplosi conflitti derivanti da situazioni codificate ed applicate secondo schemi ricorrenti.

Di fronte a situazioni a tutela dei cittadini, le organizzazioni pubbliche prevedono comportamenti standardizzati che si sono dimostrati nel tempo come i più validi per affrontare situazioni di emergenza di cui si abbia esperienza, codificandoli in protocolli.
L’intervento di un’ambulanza sul luogo di un incidente o di un medico del pronto soccorso è rigidamente previsto e applicato anche secondo le valutazioni del soccorritore. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta del miglior modo di affrontare il caso, e garantisce il successo anche se l’operatore non è il migliore esperto; tuttavia il rispetto dei protocolli impedisce in alcuni casi di analizzare alcuni elementi che possono far reinterpretare il caso che potrebbe esulare da quelli contemplati.

Così una meningite può essere contemplata come una cefalea e liquidata con la somministrazione di un antidolorifico, o una appendicite come una indigestione, esempi di mala sanità verificatisi e registrati dalla cronaca.
Protocolli nati per semplificare si palesano come forme di deresponsabilizzazione.
Non è solo il campo medico a soffrire di questa condizione; lo vediamo nella scuola con l’incomprensione delle situazioni di bullismo o di disagio familiare, lo vediamo nella pubblica amministrazione quando ignora le condizioni specifiche in ossequio alle norme protocollari, come ad esempio nell’applicazione dei compiti dei servizi sociali, o della magistratura che talvolta analizza i fatti secondo procedure che non sempre sono specchio di quanto accade.

È questo il caso della “casa nel bosco”, che ha tenuto ed ancora tiene desta l’attenzione pubblica. Una coppia, lei australiana, acculturata, parla cinque lingue, lui inglese ne parla solo quattro, portatori di valori di vita libera da social, telefonini, tv, plastica e che vive nei boschi a cinque chilometri dal paese più vicino, circondati dalla natura, con animali da cortile, un somaro, un cavallo, tre figli allevati con affetto. Puntate in paese, rapporti con i vicini ed i loro figli, istruzione impartita ai bambini dai genitori e certificata secondo gli standard per le rispettive età, sono stati considerati come sofferenti a viver con genitori inadatti alla loro funzione genitoriale, perché i luoghi nei quali vivevano erano inadatti al benessere dei bambini.

In buona sostanza i servizi sociali hanno constatato che in casa non era presente l’acqua calda, non vi era un bagno ma ci si serviva di una toilette esterna a secco, i piccoli vivevano in un unico ambiente con i genitori, senza socialità e scarsa istruzione, e quindi probabili futuri disadattati.
Inviata secondo protocollo l’informativa al magistrato competente, questi disponeva l’allontanamento dei piccoli dalla famiglia affidandoli ad una comunità, permettendo alla mamma di stare con gli stessi tre volte al giorno ed impedendo al padre di partecipare al gioioso convivio.
Protocolli rispettati e nessuna valutazione oggettiva prima dell’applicazione del provvedimento di separazione di una famiglia.

In questa storia si ritrovano tutte le componenti che abbiamo analizzato in precedenza.
Soggetti provenienti da diverse parti del mondo, in particolare dall’Australia, dove la vita all’aria aperta fuori da centri abitati non è inusuale, istruiti e convinti di dover impartire anche ai loro figli una adeguata istruzione, così come peraltro è avvenuto e certificato dal Ministero della Pubblica Istruzione, noti nel Paese che frequentavano secondo le testimonianze degli abitanti e dei negozianti, che hanno raccontato che i bambini erano soliti andare nel campetto giochi insieme agli altri bimbi, che apparivano disinteressati a merendine o altro cibo spazzatura, ma attratti da mele e pere, e che erano amici di bambini di altre famiglie che vivevano come loro in case di campagna poco distanti.

Sempre puliti ed in ordine erano però privi di tutti quelli aggeggi tecnologici che oggi nel nostro paese tentiamo di non fare usare ai nostri figli, ma vivevano in compagnia di altri esseri viventi nell’assoluto rispetto della natura.
Mi dispiace che nessuno degli assistenti sociali o dei magistrati abbia mai provato il piacere dell’odore della legna che brucia nel camino o nella cucina economica di cui erano piene le nostre case, di non aver mai provato il piacere di espletare i propri bisogni fisiologici all’aria aperta. E sono certo che non hanno mai avuto il privilegio di ascoltare i racconti dei nonni sulla loro vita da bambini, forse dura e meno confortevole di oggi, ma narrata con nostalgia e rimpianto per quei valori perduti.

Non mi assocerò a quanti hanno correttamente commentato che il nostro mondo urbano è circondato da campi nei quali vivono bambini tra rifiuti di ogni tipo, nei liquami e che non hanno mai visto un libro e sono educati al furto o alla violenza: quello è un grande fallimento dello Stato nelle sue varie espressioni, che specialmente a livello locale sempre più interessato a costruire grattacieli o piste ciclabili che ad intervenire in situazioni potenzialmente pericolose.

Mi preoccupa di più la supina accettazione dei dettati di protocolli assolutamente validi sul piano astratto ma altrettanto assolutamente perniciosi se applicati senza quella indispensabile empatia e buon senso che di volta in volta dovrebbe esser presente e che invece nella maggior parte dei casi si rivela un alibi per difendersi ex post dalle responsabilità per i danni causati.

 

 

*già Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno

 

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Giuseppe Moesch Giuseppe Moesch

Giuseppe Moesch

Napoletano, già professore ordinario di Economia Applicata, prestato alla politica ed alle istituzioni nazionali ed internazionali, per le quali ha svolto incarichi e missioni viaggiando in quasi cinquanta Paesi attraversando l’umanità che li popola. Oggi propone le sue riflessioni scrivendo quando non riesce a capire quelle degli altri.

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