Sposarsi in Europa

di Michele Bartolo*

È di qualche giorno fa la notizia che la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza che potrebbe rappresentare una svolta per i matrimoni tra persone dello stesso sesso. In buona sostanza, la Corte ha stabilito che uno Stato membro ha “l’obbligo” di riconoscere un matrimonio tra persone dello stesso sesso che è stato “legalmente contratto in un altro Stato membro in cui essi hanno esercitato la loro libertà di circolazione e di soggiorno”.

La domanda che il comune cittadino si pone è quali effetti avrà in Italia una pronuncia di questo genere e cosa cambia da oggi in poi.

Il tema è sempre quello del rapporto tra legislazione nazionale e legislazione sovranazionale. L’Italia, come tutti sappiamo, è uno Stato membro dell’Unione Europea e, in quanto tale, gode di diritti nei confronti dell’Unione ma è sottoposta anche a vincoli e obblighi derivanti dalle pronunce degli Organi europei.

Quante volte, per esempio, abbiamo ascoltato di sanzioni di carattere economico per il nostro Stato, di procedure di infrazione aperte, ovvero in tutti quei casi in cui l’Italia, non adeguando la propria normativa ad una pronuncia europea, aveva di fatto violato i trattati comunitari sottoscritti.

Sappiamo, inoltre, che ogni volta che il nostro governo approva una manovra di bilancio è soggetto all’invio della relativa documentazione alla Commissione dell’Unione Europea per averne il beneplacito e l’approvazione. Quanto sopra perché l’Italia, da un lato, riceve fondi europei, come tutti gli altri Stati membri e, dall’altro, perché è tenuta al rispetto dei vincoli di bilancio, il famoso rapporto tra deficit e PIL, tra il debito accumulato e il prodotto interno lordo, sempre in ragione di trattati comunitari sottoscritti dai vari governi che si sono succeduti. Ne consegue, quindi, che ciò che accade in Europa ci riguarda direttamente e siamo tenuti ad uniformarci a quanto ci viene richiesto o prescritto.

Nel caso che ci occupa, la vicenda sottesa alla storica sentenza della Corte europea risale al 2018 ed è legata a una coppia che aveva contratto matrimonio in Germania e aveva chiesto che il proprio certificato di unione venisse trascritto nel registro civile polacco. Una richiesta respinta dalle autorità locali, sulla base del fatto che la legge polacca non consente il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Sulla decisione sono appunto intervenuti i giudici della Corte europea, cristallizzando il principio secondo cui il rifiuto di riconoscere un matrimonio tra due cittadini dell’Unione è contrario al diritto comunitario perché viola il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Dice nello specifico la sentenza: “(..)

Uno Stato membro ha l’obbligo di riconoscere un matrimonio tra due cittadini dell’Unione dello stesso sesso che è stato legalmente contratto in un altro Stato membro in cui hanno esercitato la loro libertà di circolazione e di soggiorno“.

Ed ancora: “Gli Stati membri sono quindi tenuti a riconoscere, ai fini dell’esercizio dei diritti conferiti dal diritto dell’Unione, lo stato coniugale legittimamente acquisito in un altro Stato membro”.

La Corte ricorda che, sebbene le norme in materia di matrimonio rientrino nella competenza degli Stati membri, questi ultimi sono tenuti a rispettare il diritto dell’Unione nell’esercizio di tale competenza.

Tutto discende dalla natura di cittadino europeo che consente appunto la libertà per l’individuo di circolare e soggiornare nel territorio degli Stati membri e il diritto di condurre una normale vita familiare nell’esercizio di tale libertà, al momento del ritorno nel proprio Stato membro di origine. Riferendosi a tali cittadini, la Corte così si esprime: “In particolare, quando creano una vita familiare in uno Stato membro ospitante, nello specifico in virtù del matrimonio, devono avere la certezza di poter proseguire tale vita familiare al momento del ritorno nel loro Stato membro di origine”, sottolinea il tribunale con sede a Lussemburgo.

E’ pacifico, quindi, che anche in Italia si dovrà riconoscere tale condizione come legittima ma la sentenza pronunciata dalla Corte europea ha, nell’immediato, contribuito a riaprire l’annoso dibattito tra sovranisti ed europeisti.

                                         

*avvocato

 

 

Michele Bartolo

Avvocato civilista dall'anno 2000, con patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori dal 2013, ha svolto anche incarichi di curatore fallimentare, custode giudiziario, difensore di curatele e di società a partecipazione pubblica. Interessato al cinema, al teatro ed alla politica, è appassionato di viaggi e fotografia. Ama guardare il mondo con la lente dell'ironia perché, come diceva Chaplin, la vita è una commedia per quelli che pensano.

Altri articoli di Michele Bartolo

Ultimi articoli di Diritto & Informazione