Sport
di Giuseppe Moesch*
Nel 1532 si incominciò ad usare in Inghilterra una parola di origine francese, abbreviata nella lingua di sua maestà britannica con il termine sport.
L’antico originale era “desport” indicante i concetti di divertimento o svago, da cui anche la parola italiana diporto, ovvero tutte quelle attività che si svolgevano per il solo piacere che derivava dallo svolgimento di talune azioni.
Per alcune attività ancora oggi si usa l’espressione “giocare”, seguita da una parola indicante nello specifico che tipo di gioco, ad esempio con le bambole, con il trenino, o per indicare la pratica d una attività ludica come ad esempio pallone o tennis.
In ogni parte del mondo mi è capitato di vedere dei bambini correre dietro ad una palla di stracci o di carta, esaltati ad un tempo dalla complice rivalità tra gruppi e dal piacere di correre all’aperto, divertimento allo stato puro e fine a sé stesso.
Da ragazzo ho giocato poco a pallone per due diversi motivi: il primo era strettamente legata alla mia figura fisica leggermente oversize, che escludeva per me le performance dei miei amici assai più dotati, e da un altro punto di vista, per la mia preferenza quasi assoluta per i giochi e tutte le attività individuali; preferivo cioè la sfida contro me stesso per tentare di superare i miei limiti psico fisici.
Da subito ho imparato a nuotare e a praticare pesca subacquea, più tardi a giocare a tennis e poi a sciare rimanendo sempre una schiappa dignitosa.
Quando dopo l’avvento della televisione, la Rai proponeva molte ore di sport, amavo seguire le gare individuali dove esplodevano le caratteristiche dei singoli, quindi le gare di ciclismo, di ippica, di sci e molto memo quelle di squadra come il calcio, anche se in occasione delle partite internazionali non potevo fare a meno di entusiasmarmi per la nazionale, che raccoglieva i migliori giocatori dei campionati e quindi offrivano uno spettacolo straordinariamente esaltante.
Solo molto più tardi cominciarono a proporre le gare automobilistiche che mi entusiasmavano per l’abbinamento uomo macchina.
In buona sostanza la mia idiosincrasia per lo sport di gruppo si scioglieva come neve al sole di fronte al valore aggregante rappresentato dalla nazionale.
Ma da quel mondo magico che il barone Pierre de Coubertin esaltò con la ripresa dell’antico rito delle Olimpiadi, e che ancora oggi rappresenta la frontiera simbolicamente più sentita da chi pratica attività sportive, ne è passato del tempo, tanto che oggi assistiamo ad uno sdoppiamento del concetto di sport tanto da formare un ossimoro ovvero una vera e propria contraddizione in termini: con la coniazione del concetto di sport professionistico.
Svago, divertimento, ricreazione si sono trasformati in attività professionali; la società si è trasformata ed ha creato un nuovo sistema di valori e quelle attività di svago si sono trasformate in trampolini di promozione sociale ma con un unico obiettivo comune a tutti gli intraprendenti scalatori ovvero il successo ed il danaro.
Se si fosse chiesto ad un bambino italiano del secondo dopoguerra cosa volesse fare da grande avrebbe forse detto il pompiere o il macchinista ferroviario, qualche decina di anni dopo, le preferenze sarebbero andate alla figura dell’attore, e quindi a quella del calciatore, tutte figure simboliche di notorietà e di successo legate ai valori incarnati da quelle figure.
Oggi i valori sono quelli finanziari e per i bambini social, gli obiettivi sono i soldi, e la notorietà per cui influencer o professionista sportivo si equivalgono e sono tutti ruoli raggiungibili senza impegno culturale ma semplicemente sfruttando la fisicità, la presenza scenica e la capacità di stupire anche con la blasfemia ed il cattivo gusto.
Alcun notizie apparse recentemente mi hanno lasciato l’amaro in bocca: la prima è legata alla nazionale di calcio che da parecchi anni non riesce ad esprimere le potenzialità che dovrebbero esserci tra giocatori di uno dei campionati più significativi a livello mondiale. Non entro nel merito delle capacità degli allenatori, ma mi riferisco solo ai giocatori che esprimono il meglio nelle squadre di appartenenza sia a livello italiano che internazionale.
Quello che mi ha lasciato perplesso è stata la scelta di Francesco Acerbi prima e di Federico Chiesa dopo, di rifiutare la convocazione da parte del tecnico pro tempore; non una giustificazione per motivi fisici o familiari ma risentimenti personali che in sostanza hanno portato al rifiuto della maglia del proprio Paese.
Lo stesso è accaduto per la convocazione da parte del tecnico della nazionale di Pallavolo che ha visto analogo rifiuto da parte di quattro giocatrici, Pietrini, Chirichella, Bonifacio e Lubian.
Ultimo caso in ordine di tempo la scelta di Sinner e di Musetti di non partecipare alla squadra impegnata in Coppa Davis, peraltro giocata in Italia e con la squadra titolare dalle due ultime tornate dello stesso trofeo.
Le delusioni del calcio hanno incrementato gli spettatori ed il numero di persone che hanno deciso di interessarsi e di giocare a tennis, ma credo che la ragione vera sia nella costatazione dei successi patrimoniali e mediatici di quei giocatori.
Il rifiuto di giocare per il proprio Paese da parte di chi fino al giorno prima ha confermato le proprie capacità indiscusse, anche se giocando un tennis senza anima ma da automa, è la conferma di un malessere più grande che permea la nostra società.
Gli egoismi dei singoli, la supremazia di un ego sconfinato, la mancanza di sentimenti di appartenenza a valori condivisi e l’unico obiettivo di accumulare quanto più danaro possibile anche scegliendo di porre la propria residenza a Monaco, per pagare meno tasse, (altri hanno scelto di mantenerla in Italia pur vivendo altrove) sono la chiave di lettura di quelle scelte che purtroppo appaiono non solo non essere isolate, ma rispecchiano il sentire di una larga fetta degli entusiasti abitanti dei social che considerano i latori di quei non valori campioni di furbizia o addirittura di intelligenza.
Non vorrei apparire portatore di una rettorica obsoleta ma il paragone con donne ed uomini che dal risorgimento ad oggi hanno sacrificato la vita per gli ideali di cui erano intrisi, mi porta a ripensare alla stampella di Enrico Toti che il 6 agosto 1916 morì crivellato dai colpi degli austriaci incitando i suoi compagni all’assalto e, secondo la leggenda, scagliando la sua stampella contro il nemico, essendo andato in guerra nonostante fosse privo di una gamba.
Non penso sia lecito chiedere a nessuno un simile comportamento, tuttavia, credo che una racchetta scagliata per la rabbia di una eventuale sconfitta avrebbe testimoniato la presenza di un briciolo di senso civico e di amore patrio.
*già professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno
– Fotografia storica
Fotografia di Pubblico Dominio







