Contraddizioni
di Giuseppe Moesch*
Tutti i media sono invasi in questi giorni dalle opinioni di commentatori di ogni risma, dagli scienziati ai filosofi, dalle massaie ai pediatri, dai magistrati ai leoni social, dagli opinionisti a tutto campo ai bottegari, su un tema complesso ovvero “La casa nel bosco”.
Non credo sia necessario riassumere i fatti, né tantomeno credo sia rilevante esporre la mia personale opinione in merito.
Ho avuto modo di girare il mondo non da distratto turista portato a spasso da tour operator ed ho avuto modo di interagire con le popolazioni che abitavano le comunità che ho incontrato.
Di volta in volta mi sono trovato a confrontarmi colle diverse visioni della vita, dovute alle tradizioni, ai costumi ed ai valori che essi esprimevano.
La costante condizione era quello della parametrizzazione di quei costumi, confrontata sempre col modello culturale occidentale; la conseguenza era la voglia di proporre il nostro modello occidentale, con le varianti date da chi operava in quel contesto, da quello nostrano a quello più ampio europeo, a quello statunitense, a quello russo o a quello cinese.
Moderni colonialisti, gli operatori culturali, economici e sociali, imponevano con la forza delle risorse finanziarie, la propria visione della vita a chi aveva seguito un percorso altro rispetto a quello che ha portato l’occidente al modello capitalistico anche nei paesi con visione politica differente.
In alcuni casi ho avuto modo di assistere a situazioni al limite del ridicolo. Mi è capitato di vedere in Mozambico la donazione di un aeroporto, chiavi in mano, a quel Paese, completo di tutto compreso; donazione di spazzaneve, che indispensabili nella Germania dell’Est erano francamente assurde in un contesto dal clima differente, o alla costruzione di case con piccole finestre, mura spesse e prive di possibilità di riscontro d’aria in condizione di calura estrema.
Mi è capitato di assistere in Iraq, paese mussulmano, alle perquisizioni corporali di donne velate da parte di militari di sesso maschile, con l’inevitabile reazione dei maschi che non potevano tollerare quell’affronto.
Ho assistito in Angola alle lezione ad una classe di bambini seduti sotto un baobab sul quale era inchiodata una lavagnetta, seduti su sedioline di plastica, di cui oltre la metà erano vuote perché venivano rifiutati i piccoli, vestiti con straccetti sporchi come i bambini stessi. Tutto questo in base al protocollo dettato dai funzionari dell’ONU nella loro sede di New York o Washington: i genitori non avevano di che sfamarli né tantomeno avevano il sapone per le pulizie, ed ai bambini veniva sottratta la possibilità di studiare.
Ho assistito a campagne di vaccinazione nel Corno d’Africa che facevano sopravvivere i bambini dalle malattie epidemiche per poi vederli denutriti e morire di stenti perché a quei programmi non erano seguite campagne alimentari collegate.
Ho visto bambini felici ruzzare in canali di scarico e altri creare giocattoli con le latte delle confezioni di olio, o costruire strumenti musicali utilizzando le scorze di frutta, coì come nativi della zona amazzonica vivere in piccole comunità su un fiume tenuto pulito dalla presenza di una anaconda a cui veniva sacrificato una capretta per far sì che quel grosso serpente restasse in loco, per esser poi invitati a trasferirsi in una catapecchia ai bordi di una città che non offriva alcuna possibilità di sopravvivenza.
Viviamo una strana situazione nella quale ci chiediamo se possiamo accettare che un bambino occidentale possa passare il tempo con in mano un cellulare, moderna balia, già dai primi anni di vita, e assistiamo al crescere di una violenza minorile impressionante che ho visto generarsi solo nelle peggiori condizioni di guerra.
“La casa nel bosco” è probabilmente una risposta da parte di due brave persone agli interrogativi che tutti ci poniamo in merito al modello culturale che stiamo perseguendo.
Il tentativo di un uomo e una donna provenienti da mondi differenti per cultura ed esperienze, carichi di quei valori affettivi ancestrali e naturali che ritrovavamo nelle nostre campagne dei secoli passati, nel rispetto della natura, pur senza l’acqua calda e la scuola dell’obbligo fatta a casa, e che ci hanno portati all’attuale livello di civiltà, ci sta raccontando delle nostre contraddizioni, della nostra incapacità di affrontare il progresso dimenticando l’umanità.
Non riesco a trovare violenza, oggi nella Giornata contro la Violenza sulle donne, nei comportamenti di quegli abitanti della casa nel bosco, ma semplicemente la solitudine di chi non comprende come i propri valori siano incomprensibili per una parte di quella comunità che tanto si preoccupa del loro agire e ignora il disagio nel quale tutta la società vive; ci stanno dicendo e ricordando quello che già un paio di migliaio di anni orsono ci ricordava qualcuno, ovvero di rifletter su fuscelli e travi in occhi che non sanno guardare.
*Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno







