45 anni fa il triste ricordo del terremoto dell’Irpinia
Sono passati ben 45 anni dal terribile evento che ha segnato profondamente la storia del nostro Paese: il violento terremoto che il 23 novembre 1980 colpì un’ampia area dell’Italia meridionale, in particolare le province di Avellino, Salerno e Potenza. Immediatamente dopo la prima scossa, poche e frammentate furono le notizie divulgate, molte delle quali pervenute dai tanti radioamatori presenti in tutto il territorio colpito, i quali inizialmente pilotarono, addirittura, i primi soccorsi.


Col passare del tempo e nei giorni successivi emerse, di fatti, la reale gravità dell’evento: telegiornali e quotidiani aggiornavano, quasi in tempo reale, gli italiani sugli ingenti danni causati dal terremoto e purtroppo anche sui crolli degli edifici e sul numero dei morti e feriti. Per me, come per molti miei coetanei, bimbi di allora, resta un ricordo indelebile, duro e terribile, forse tra i più lucidi e chiari di tutta la mia vita.

A quell’ora, le 19.35 circa, ero con mia sorella, di 3 anni più grande, in soggiorno a giocare immaginando di fare i venditori. Internet non c’era e nessuno o quasi aveva un computer a casa e, ovviamente il cellulare, oggetto oggi essenziale, non esisteva. I giochi di allora erano forse più semplici e ingenui ma più coinvolgenti, stimolando la fantasia e ingegno di noi bimbi del 1980: avevamo una cassa-giocattolo, simile a quella dei supermercati, e poi tanti pupazzi e giochi da vendere sul tavolo. D’un tratto un boato fortissimo, quasi un tuono interminabile, in pochi istanti i balconi del soggiorno si aprirono di botto, come per una improvvisa ventata. In quel momento, mentre facevo a mano il conto della spesa con un colore a cera, tutto intorno a noi iniziò a muoversi, dai lampadari, al tavolo e, incredibilmente, anche il pavimento. Dai balconi completamente spalancati potevamo vedere i negozi sulla strada avvicinarsi e allontanarsi mentre il palazzo oscillava con violenza. Ci portammo, con difficoltà, verso il corridoio, riuscendo a malapena a stare in piedi (nonostante fossi alto poco più di un metro) mentre il corridoio sembrava un mare con tante onde. In camera da letto dei miei c’era mia madre che quel giorno stava poco bene e al suo fianco il babbo che provava a sintonizzarsi, con la manopola del televisore piccolo, sul resoconto di una partita di pallone. Raggiunta la loro camera, guardai il lampadario oscillare così forte quasi da toccare il soffitto. Fu in quel momento che mio padre, alla nostra domanda, rispose spiegando quasi con freddezza e senza farci impressionare ulteriormente, che quello che stava accadendo era un “terremoto in atto”. Ma proprio mentre sembrava che stesse smettendo, il tremore ricominciò più forte di prima; in quell’istante la luce lentamente andò via seguita dalle urla provenienti dagli appartamenti vicini e dai rumori di ogni genere, di vetri rotti e calcinacci che iniziavano a cadere dagli edifici Ci radunammo tutti in prossimità della porta d’ingresso e il babbo riuscì ad aprire senza problemi. Al di là dell’uscio di casa, le famiglie che occupavano i piani alti si precipitavano velocemente giù per le scale. Mio padre urlò fortissimo, me lo ricordo ancora, di non scendere le scale in quella maniera mentre il palazzo si muoveva ancora! Poco dopo quell’interminabile minuto e mezzo di terrore, usciti, ci soprese un fumo, in realtà polvere, lungo tutta la strada e poi tante persone che correvano verso lo stadio, alcune indossavano ancora le vesti comode per la casa, altre erano già in pigiama. Fu la mia prima uscita dopo alcuni giorni in casa con la varicella. Entrammo in macchina per ritrovarci presto intrappolati in un traffico infernale, lo stomaco mi faceva male, forse per la forte tensione subita e la paura. Fu allora che aprendo la mano destra mi ritrovai quel colore a cera con cui stavamo giocando, ormai quasi completamente sciolto. Non ricordo con precisione, ma per raggiungere via Paolo de Granita e per percorrere circa 150 metri, ci impiegammo all’incirca 10 minuti. Ci fermammo in prossimità delle palazzine popolari, in un’area più aperta e quindi meno pericolosa. Ricordo le scosse di assestamento di quella notte, particolarmente forti, tutte avvertite distintamente, nonostante fossimo in macchina. In tarda serata mio padre rientrò in casa a prendere dei plaid e la televisione piccola ed io, terrorizzato, temevo che il solaio di casa potesse cedere. In macchina con noi si unì una coppia di anziani, condomini dell’ultimo piano. Ci facemmo compagnia tutta la notte, una notte strana il cui ultimo ricordo è lo sguardo rivolto, poco prima di addormentarmi, al grande fuoco allestito nello slargo delle palazzine che proiettava enormi ombre sui palazzi circostanti. Restammo in macchina per ben 4 giorni; le scosse continuarono anche se molto più blande, e nonostante tutto, riuscimmo a ricongiungerci ad alcuni parenti che avevano parcheggiato l’auto sul prato dello stadio Vestuti. Il giorno seguente avevamo già appreso delle tante vittime nella Valle dell’Irno non lontano da noi, e poi ricordo la scena incancellabile delle bare trasportate da non so quanti carri funebri, dirette verso l’autostrada! La città fu colpita relativamente, sebbene alcuni edifici, soprattutto della zona orientale quella più nuova, furono particolarmente danneggiati.
Fui quasi traumatizzato dalla visione di alcune abitazioni completamente sventrate, in cui si potevano scorgere, di fatto, le camere al suo interno. Ad oggi conservo di quel periodo un mio disegno, fatto con i colori ad acquerello, di alcuni palazzi danneggiati che avevo visto. Nei piccoli comuni limitrofi del Capoluogo si videro crollare anche case di recente costruzione.



Dal sito del Dipartimento della Protezione Civile si apprende che il terremoto fu di magnitudo 6.9 della scala Richter e colpì una vasta area della Campania, Basilicata e marginalmente della Puglia. Il sisma fu causa di 2734 morti, 8848 feriti, con 688 Comuni che dichiararono gravi lesioni, metà dei quali addirittura la perdita dell’intero patrimonio abitativo. Le linee elettriche e telefoniche saltarono del tutto mentre la circolazione ferroviaria si arrestò completamente. Dal Dipartimento si legge ancora, purtroppo, che la gestione dell’emergenza fu penalizzata da numerose difficoltà e ritardi, mentre i primi soccorsi furono avviati con lentezza a causa della totale mancanza di coordinamento. Spontaneamente i volontari, le strutture regionali e quelle autonome locali si mobilitarono senza avere, però, precise indicazioni e obiettivi operativi dal Ministero dell’Interno. Il Presidente della Repubblica di allora, Sandro Pertini, raggiunse le aree terremotate il 25 novembre.


Il giorno seguente in un messaggio televisivo agli italiani, denunciava il ritardo dei soccorsi e tutte le gravi mancanze di azione da parte dello Stato. Famose furono le sue parole: “Qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutti gli italiani e le italiane devono sentirsi mobilitati per andare in aiuto di questi fratelli colpiti da questa sciagura. Perché credetemi il modo migliore per ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”. Dopo alcuni giorni di totale caos, il Governo intervenne nominando Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti che riuscì a coordinare in meglio i soccorsi e soprattutto a dialogare con i Sindaci. Il triste evento diede avvio a una lunga fase di riflessioni sulla necessità di un giusto coordinamento dei soccorsi. Nel febbraio del 1982 venne nominato Zamberletti quale Ministro per il Coordinamento della Protezione Civile. Pochi mesi dopo, il 29 aprile 1982 si istituì il Dipartimento della Protezione Civile. Dal sito del Dipartimento dei Vigili del Fuoco si apprende, inoltre, che dal momento della prima scossa, circa 800 vigili della Campania e della Basilicata, si portarono sui luoghi della sciagura con ben 1105 unità operative dei Vigili del fuoco. Successivamente giunsero nelle aree terremotate 4259 unità di soccorso, provenienti un po’ da tutta Italia, con 1101 automezzi ordinari e speciali e con 4 elicotteri. Il lavoro fu ininterrotto per salvare vite umane e per l’assistenza dei superstiti, l’ultima vittima fu ritrovata il 5 gennaio del 1981.







