Cos’è la guerra? 

di Claudia Landolfi*

Le guerre accompagnano la nostra storia come una componente ineludibile dell’umano e sono ogni volta analizzate e indagate da molti punti di vista: un modo canonico di studiare una guerra nelle discipline storiche è analizzare il contesto, individuare i fattori scatenanti, le cause, i soggetti coinvolti, seguire gli sviluppi tirando la coperta della ragione dei popoli coinvolti ora da una parte ora dall’altra.

La domanda filosofica va al di là delle analisi economiche, politiche, sociologiche, giuridiche.

La domanda filosofica è Che cos’e la guerra?

È possibile individuare un elemento fondamentale che accomuna tutte le guerre e che costituisce il nucleo essenziale di esse?

La risposta che mi sento di dare oggi è sì, è possibile. La guerra è una strategia messa in atto dall’umanità per modificare e ricreare il suo statuto. L’umanità ha perso il contatto con la sua origine e lavora per la sua definizione, per la ri-costruzione della sua identità, del suo volto. La guerra, allora, è un bisogno di rompere l’umanità divenuta “cosa”, “oggetto” per vedere cosa c’è dentro, fin dove si spinge, fin dove arriva, di cosa è capace e in quali condizioni può vivere. E se è vero che la guerra è decisa dai potenti, altrettanto vero è che le popolazioni si prestano al gioco dell’azzeramento della realtà così come era stata conosciuta fino ad allora, verso un pervertimento dei rapporti sociali e familiari e dei comportamenti dei singoli.

Non si tratta solo di cieca violenza. Si tratta anche di sperimentare cosa contiene l’umano, di cosa è capace quando si sospendono i paradigmi dominanti. Pensiamo ai ricconi che pagavano per rendersi protagonisti dei safari umani nell’ex Jugoslavia.

È per questo motivo che ci sarà sempre una guerra e l’unico modo di evitarla è di mettere finalmente al primo posto la domanda: che cos’è l’umano?

Il Novecento filosofico ha fatto in parte i conti con l’idea che l’umanità abbia una sua forma, una sua natura, mettendo in evidenza la sua plasmabilità, la sua adattabilità, la sua flessibilità, in un flusso creativo neutrale di cui non si può predicare il bene o il male, ma il dato concreto del dolore che subentra quando una forma di vita, o una vita stessa, viene spezzata non può essere facilmente rimosso e rappresenta il vero punto di partenza per la speculazione filosofica.

Della gioia, infatti, non abbiamo bisogno di dare ragione. Del dolore di una guerra sì e non consola il pensiero della capacità trasformativa e riparativa di tutto ciò che vive sulla terra.

Rimane la responsabilità che bisogna riconoscere e assegnare a qualcuno. All’umano.

 

* Filosofa e psicologa

 

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Claudia Landolfi

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