Pensare nell’era nella dell’algoritmo: filosofia e libertà.
di Claudia Landolfi*
La società contemporanea è caratterizzata principalmente da un dato e cioè dalla co-costruzione di soggettività e tecnologia digitale.
Il soggetto contemporaneo crea e sviluppa la tecnologia digitale ma, al tempo stesso, la tecnologia digitale crea e sviluppa il soggetto e lo fa attraverso un’opera di modellamento di stili di vita e forme di pensiero, i cui effetti non sempre sono prevedibili.
Il soggetto umano fatica, così, a mantenere un primato, un ruolo dominante, nei suoi processi mentali e concreti e non è più tanto scontato che il vero soggetto della storia contemporanea sia personale, anzi: l’agency è sempre più impersonale e frutto di processi che travalicano la consapevolezza degli individui.
Gli algoritmi che abbiamo inventato inventano noi, il nostro immaginario, anticipano i bisogni e i desideri, risvegliano memorie passate, tracciano i passaggi online di cui non abbiamo più memoria e li rielaborano per avvolgerci in una spirale accattivante di consumo e oblio, rendendoci sempre più inconsapevoli e docili.
I social suggeriscono ciò che bisogna considerare rilevante: i social siamo noi, ma questo “noi”, oggi, da chi è costituito? Quanta consapevolezza c’è dietro questo pronome personale? In passato, la società occidentale aveva sviluppato una complessa cultura del soggetto che, certo di sé, si poneva la sfida della conoscenza di un mondo che sembrava inaccessibile.
In un’era di accessibilità della conoscenza e di disvelamento del mondo fin nelle sue componenti subatomiche, è il soggetto che sfugge perché si confonde con la tecnologia. Pensiamo con la tecnologia digitale e ci poniamo l’obiettivo di far progredire i settori professionali con essa, come un vero e proprio alter ego di cui, però, la maggior parte delle persone vede solo la superficie ignorandone completamente la struttura.
Nel digitale la questione fondamentale non è più sapere cosa pensiamo e cosa conosciamo bensì: chi pensa in noi? Le piattaforme non sono strumenti neutri ma ambienti nei quali il pensiero si adatta e un utente che crede di avere il controllo del proprio profilo digitale è quanto meno ingenuo se non sprovveduto.
Il contatto con il mondo è sempre meno immediato ma il processo dolce e lento attraverso cui sta avvenendo questa smaterializzazione è talmente indolore da non suscitare alcuna attenzione. Comodità, efficienza, velocità sono i valori della nostra epoca che, sebbene non siano sempre attesi dalla tecnologia digitale, intessono la nostra quotidianità e non abbiamo più voglia di tornare indietro, a quando dovevamo comporre manualmente i numeri di telefono della persona che volevamo chiamare, o a quando dovevamo comprare un francobollo per inviare un messaggio.
La velocità di molte operazioni burocratiche, attraverso l’uso di dispositivi digitali, ha permesso un incremento del carico di lavoro di ciascun dipendente che non conosce più il concetto di “dopo lavoro” e di interruzione del servizio prestato. Giusto per fare un esempio della complessità della nostra situazione.
Allora oggi cosa vuol dire essere liberi? Cosa vuol dire pensare?
Non si può essere liberi senza un pensiero attivo, presente, partecipe, radicato nella realtà dei rapporti sociali, economici, politici, interpersonali.
La filosofia ci permette di mettere a fuoco la nostra capacità di porre domande. È necessario oggi riprendersi le domande perché per le risposte c’è Chatgpt.
La filosofia ci restituisce il diritto/dovere di porsi domande come vero sostrato della cittadinanza. L’Unesco ha istituito la Giornata Mondiale della Filosofia ricordandoci che ciò che massimamente ci deve stupire è esattamente ciò che diamo per scontato. Per rompere la catena dell’automatismo quotidiano e di una relazione inconsapevole con il digitale è necessario comprendere il ruolo del soggetto nella sua scelta di decentramento affinché non si limiti a essere un consumatore di pensieri ma ambisca ad essere un produttore di senso.
Certo, ogni epoca ha avuto la sua forma di condizionamento: il dogma religioso, il controllo politico, il controllo economico, l’omologazione sociale. La forma di condizionamento della nostra epoca è l’orientamento invisibile del pensiero attraverso il digitale sinestetico.
Infatti, non percepiamo nessuna costrizione nel nostro agire, nel nostro pensare, nel nostro credere, nel nostro scegliere ma è evidente che assorbiamo ogni giorno talmente tanti stimoli visivi, sonori, linguistici che il pensiero diventa un grande puzzle di ciò che abbiamo raccolto nei nostri viaggi digitali ma è talmente tutto rapido che non abbiamo il tempo di esserne coscienti.
La filosofia, allora, serve esattamente dove è sempre servita: nel punto in cui il singolo rischia di non distinguere più tra ciò che vuole e ciò che gli è stato fatto volere.
*Filosofa e psicologa






