San Benedetto Salerno di Bljr è contrassegnato con CC0 1.0 .

I Longobardi a Salerno dal Principe Siconolfo in poi

Nell’846 d.C. la Langobardia Minor si divise in due Principati: quello di Benevento con il territorio del Sannio e quello di Salerno comprendente il Cilento, la Lucania e la Calabria settentrionale con a capo Siconolfo, primo Principe longobardo di Salerno. Questo periodo vide un florido sviluppo dell’architettura religiosa con la realizzazione di numerosi monasteri tra cui quello di San Benedetto, nell’area orientale dell’Orto Magno (dove, ancora oggi, resta ben visibile un tratto delle mura arechiane) descritto nel “Chronicon salernitanum” secondo il quale esso sarebbe andato distrutto nell’884 d.C. durante una incursione saracena, per poi essere ricostruito pochi anni dopo dall’Abate Angelario e successivamente ampliato dall’Abate Alfano nel 1057.

San Benedetto Salerno di Bljr è contrassegnato con CC0 1.0 .
Orto Magno setto di mura arechiane
CC BY-SA 3.0 Ponti dei Diavoli

Non lontano dal monastero di San Benedetto si erge, inoltre, l’acquedotto detto “Ponti dei Diavoli”, con elementi storico-architettonici di forte impatto visivo, la cui struttura si lega, inoltre, a tante storie e leggende. L’imponente opera, tuttavia, versa attualmente in condizione di forte degrado, mortificato, inoltre, dai numerosi palazzi che lo circondano realizzati lo scorso secolo, durante il periodo post-bellico. I suoi archi a sesto acuto lo rendono, tipologicamente unico in assoluto in quanto realizzato prima dell’anno 1000 d.C.

Complesso di San Lorenzo di dominio pubblico
Il convento di San Nicola della Palma a Salerno CC BY 4.0

Nell’area a nord della città più compatta, sempre all’interno delle mura longobarde, si estende la “Noba Civitas” la nuova città longobarda con i suoi numerosi terrazzamenti che degradano dal monte Bonadies (sulla cui sommità si erge il Castello) caratterizzati dalla presenza di diverse sorgive. In quell’area furono edificati anche alcuni monasteri benedettini, tra i quali il monastero di San Lorenzo e quello di San Nicola della Palma. Ben protetta dai venti di settentrione, l’area ospitava diversi giardini con piante molto rigogliose nonché le preziose erbe medicamentose utilizzate dalla nascente e celebre Scuola Medica Salernitana.

Palazzo San Massimo Salerno di pubblico dominio

Sempre in quest’area una nuova dimora si innalzava imponente, quella del Principe longobardo Guaiferio, alla quale fu annessa anche la chiesa di San Massimo. Di grande supporto alla comprensione dell’assetto urbanistico della città è certamente il conio di Gisulfo II avente sul recto il busto di Principe (ultimo Principe di Salerno dal 1052 al 1077), e sul verso, invece, la rappresentazione, forse la prima in assoluto, della città recante la scritta “Opulenta Salernu”. Tutt’altro che casuale, tale denominazione è la testimonianza non solo dell’importanza di Gisulfo ma soprattutto dell’opulenza e della ricchezza (favorite anche da una fiorente attività commerciale, grazie al suo porto) di cui godeva la città di Salerno e grazie anche al predecessore di Gisulfo, il Principe Guaimario IV (1027-1047 d.C.).

Conio Principe Gisulfo II
da httpswww.lamoneta.ittopic110917-richiesta-valutazione-monete-gisulfo-ii

Sul conio si possono osservare le mura merlate, in alto il Castello e, in basso il mare con una grande Porta al centro. Sono visibili, inoltre, le numerose torri lungo le mura meridionali e quelle poste al centro, queste ultime, volute dal Principe Guaiferio (861-880 d.C.).

Il Principato di Salerno nell’871 sotto Guaiferio CC BY-SA 4.0
Dal libro “Le torri di Guaiferio” di Mario Dell’Acqua: mappa della città nel periodo del Principe Guaiferio

Nel suo “Chronicon Salernitanum” l’anonimo autore ben descrive oltre le vicissitudini longobarde salernitane, anche il nuovo riassetto delle mura difensive in un territorio, all’epoca, preso d’assalto da numerose scorribande degli agareni. Lo storico arch. Mario Dell’Acqua, approfondendo lo studio delle ultime torri longobarde in città, in riferimento al conio di Gisulfo II osserva “Sullo sfondo è rappresentata la Noba Civitas al di sopra della Ripa Maior con le quattro torri che dividono l’arroccamento di Guaiferio dalla Civitas Betere”. Partendo da sinistra, le nuove torri sono: la Turris ab occiduo, la Turris a parte australis (all’epoca già presente fu semplicemente restaurata), la Turris mediana e la Turris ab ortu solis.

Chiesa di Santa Maria de Lama
Chiesa di Santa Maria de Lama Affresco di San Bartolomeo primo ciclo pittorico X -XI secolo, epoca longobarda
Chiesa di Santa Maria de Lama Affresco di San Luca X-XI secolo

In pieno periodo longobardo, numerose famiglie nobili fecero, inoltre, edificare diverse chiese private realizzate nei pressi delle loro abitazioni (come ad esempio la Chiesa di Santa Maria de Lama che accoglie il ciclo pittorico longobardo all’interno dell’ambiente ipogeo) o anche extra moenia (quindi fuori le mura), in particolare nell’area pianeggiante ad est della città, sui terreni a destinazione agricola di loro proprietà. A servizio delle nobili famiglie, quasi una sorta di cappelle private (in prossimità delle quali sorgevano anche dei piccoli cimiteri di famiglia) col tempo passarono ad asservire anche la comunità circostante.

Chiesa di San Felice in Felline CC BY 3.0
San Nicola de Pumbolo
Chiesa di Sant’Eutachio

Tra queste chiese ricordiamo quella di San Felice in Felline, San Nicola de Pumpolo e quella di Sant’Eustachio Martire (queste due ultime ridotte a ruderi). Le prime due, in particolare, presentano caratteristiche tipologiche molto simili: a pianta rettangolare, con asse orientato est- ovest e ingresso principale ad est, come tutte le chiese longobarde. I prospetti delle facciate mostrano due pronunciati contrafforti presenti anche nella parte posteriore. Si caratterizzano, inoltre, per i loro campanili a vela con due monofore: in San felice il campanile è collocato sul colmo della facciata, in quello di San Nicola è collocato a destra. Come sottolinea lo storico Vincenzo De Simone, dopo alterne vicende, che vide la città dominata da personaggi di scarso carisma, dal 983 d.C. si assisteva a un florido e luminoso periodo dal punto di vista sia economico che architettonico, con il conte spoletino Giovanni di Lamberto, proclamato a Salerno Principe Giovanni II.

Il principe longobardo Guaimario IV CC BY-SA 4.0

Il nipote, Guaimario IV, Principe di Salerno dal 1027 al 1052, portò ulteriori migliorie alla città e sotto il suo governo erano i Principati di Salerno e Capua, con i Ducati di Amalfi, Sorrento, Puglia e Calabria. Amato di Montecassino che descrisse con minuzie di particolari le sue gesta, lo annoverava tra i più importanti Principi della Langobardia Minor. Guaimario fu assassinato purtroppo, durante una congiura ordita dai cognati, nei pressi della spiaggia di Santa Teresa il 3 giugno 1052. Il lento e inesorabile declino del Principato longobardo di Salerno avvenne con l’ultimo Principe longobardo Gisulfo II (figlio di Gaimario IV).

Documento emesso da Gisulfo II di Salerno nel 1054. Città del Vaticano, Archivio Vaticano, Archivio Boncompagni

Nel corso della sua reggenza, il Principe fece edificare numerose fortezze nei dintorni di Salerno per fronteggiare l’invasione normanna di Roberto il Guiscardo, il quale dopo aver sposato, intorno al 1058, la sorella di Gisulfo II, Sichelgaita, nel 1076 cinse d’assedio la città, occupando, l’anno successivo, il Castello (dove Gisulfo si era rifugiato).

Il Papa Niccolò II, durante il primo Concilio di Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria.

Si concludeva così un lungo periodo di dominazione longobarda e con essa la storia di un popolo che ha saputo trasformare un piccolo centro urbano affacciato sul Mar Tirreno in una città vera e propria, forte dal punto di vista economico e dai connotati architettonici di alto rilievo.

Daniele Magliano

Architetto- giornalista che ama approfondire tematiche di architettura, urbanistica, design, ma anche di storia, evoluzione e curiosità riguardanti oggetti di uso quotidiano. Mi piace, in generale, l'arte della costruzione: riflesso del nostro vivere in quanto unisce passato, presente e futuro prossimo di una comunità.

Altri articoli di Daniele Magliano

Ultimi articoli di Culturaurbana