Salerno longobarda, dall’occupazione ad Arechi II
Nel parlare della dominazione longobarda sulla città di Salerno e delle fasi temporali che la contraddistinguono è bene prima fare un passo indietro e comprendere le vicissitudini di questo popolo, di stirpe germanica, che dalla lontana Pannonia (ampio territorio dell’Europa centrale compresa tra i fiumi Danubio e Sava) giunse in Italia, superando le Alpi Orientali, al comando del re Alboino alla fine del VI secolo d.C.

Mentre i sovrani risiedevano a Pavia numerosi, invece, erano i ducati che godevano di una certa autonomia. Col tempo, inoltre, queste nuove popolazioni s’integrarono pienamente al territorio grazie ad alcune leggi come l’Editto di Rotari del 643 d.C. con la conversione al cattolicesimo della fine VII secolo, e con l’avvicinamento agli usi e ai costumi sociali italici di derivazione principalmente bizantina e romana.


Una parte del popolo longobardo continuò, tuttavia, ad occupare nuovi territori inoltrandosi, attraverso la dorsale appenninica, verso la Tuscia per raggiungere poi l’area centro orientale d’Italia e infine parte del sud. Fu il duca longobardo Zottone a raggiungere l’area dell’odierna Campania, le cui popolazioni, stremate dalla guerra gotico-bizantina, accolsero senza indugiare il nuovo popolo venuto dal nord.

Già intorno al 581 d.C. il ducato di Benevento si era ampliato verso le pianure della Campania settentrionale, la valle del Sele e la pianura pestana. Mentre la città di Napoli conservava la sua indipendenza, assistiamo alla formazione di due aree di dominazione longobarda: quella più grande, con Pavia capitale, detta Langobardia Maior e quella del sud Italia denominata Langobardia Minor con Benevento capitale. Con Arechi I (590-649 d.C.) assistiamo alla prima infiltrazione longobarda all’interno della città di Salerno, avvenuta senza alcuna resistenza da parte della popolazione in maggioranza antibizantina. La presenza longobarda nel capoluogo si attesta già prima del VII secolo d.C. e, come sostiene lo storico Monsignor Antonio Carucci, la città fu “il primo e per lungo tempo il solo porto in Campania”. Numerose sono le testimonianze a noi giunte della Salerno longobarda grazie agli scritti di storici, quali Erchemperto (vissuto alla fine del IX secolo d.C.) con la sua “Historia Langobardorum Beneventanorum”, di Paolo Diacono che scrisse l’“Historia Romana” e l’“Historia Longobardorum” (VIII secolo d.C.), gli scritti del “Chronicon Salernitanum” la cui compilazione è anonima (fine X secolo d.C.), o ancora dell’arcivescovo di Salerno, Alfano (XI secolo d.C.).

Poche sono le documentazioni precise a noi pervenute sulla città nei primi anni dell’occupazione longobarda fino al 770 d.C. circa, allorquando, si radicava a Salerno, assieme alla moglie Adelperga (principessa longobarda figlia del re Desiderio) il duca di Benevento Arechi II. Proclamatosi Principe della città di Benevento nel 774 d.C., anno in cui il re Desiderio veniva sconfitto da Carlo Magno nella battaglia di Val di Susa, Arechi II conservava il proprio dominio nel sud Italia, dando in ostaggio a Carlo Magno, tenendogli testa, il figlio Grimoaldo. Molte famiglie dal nord Italia giunsero nella Langobardia Minor, mentre Arechi II riorganizzata il territorio focalizzandosi sul rilancio, soprattutto urbanistico, di due città, ovvero Benevento e Salerno, quest’ultima di grande importanza strategica in quanto unico sbocco sul mare e soprattutto, col suo porto, punto d’interscambio commerciale non solo con le altre località dell’Italia meridionale ma anche di tutto il Mediterraneo.

Il monaco Paolo Diacono (scrittore, poeta e letterato) per lungo tempo educatore di Adelperga, donna incline al sapere storico-umanistico, seguì quest’ultima anche dopo il matrimonio con Arechi II nel 760 d.C., quando si trasferì nel sud Italia. Fu il monaco stesso, quindi, a descrivere le gesta di Arechi II e le varie trasformazioni urbanistiche della città di Salerno. Da un lato, Arechi fece realizzare la chiesa di Santa Sofia a Benevento ampliando, inoltre, le mura cittadine, dall’altro a Salerno riqualificò l’assetto della città cominciando dal Castello.

Il suo intervento si focalizzò innanzitutto sulla torre principale (la Turris Maior) facendo, inoltre, realizzare le nuove mura difensive che partivano dal Castello (posto sul Colle Bonadies a 300 s.l.m).


Le nuove mura, inoltre, inglobarono l’area orientale dell’Orto Magno, una sorta di piccolo pianoro leggermente rialzato sito tra due corsi d’acqua (il Rafastia e il San’Eremita). Le mura presentano, inoltre, numerose porte, come Porta Elina e Porta dell’Angelo ad oriente, Porta Busandola e Rateprandi ad occidente, Porta Meridionale e Porta veso la Marina a sud, accompagnate anche da una serie di pusteriole (piccole porte d’accesso). Diversamente da quanto si crede, il Castello di Salerno non fu mai dimora di Arechi II. La denominazione Castello di Arechi è piuttosto recente e risale al 1896, quando venne dichiarato monumento nazionale.

La sua reale sede è invece proprio in città, in prossimità delle antiche mura meridionali in un’area definita “Curtis arechiana”: un’ampia zona che estende i suoi confini a nord nell’attuale Vicolo Adelperga, a sud pressappoco nel Vico Pietro del Pesce, ad est nel Vicolo Antica Corte mentre ad ovest risulta una linea di confine parallela e non lontana da Via dei Canali e Via Porta di Mare.

Dopo attente e lunghe indagini archeologiche, di essa, è stato recuperato il Complesso di San Pietro a Corte. Il sito mostra una serie di stratificazioni storiche leggibili dagli innumerevoli e articolati elementi architettonici che vanno dalle antiche terme romane (I-II secolo d.C.) nella parte più bassa della struttura, a una completa trasformazione delle stesse in ecclesia paleocristiana (tra il V e l’VIII secolo d.C.) alla realizzazione, grazie ad Arechi II, al di sopra dell’area termale, di una Cappella Palatina parte, quest’ultima, dell’ampio palazzo arechiano, di cui purtroppo rimangono pochissime tracce.


Dettagliate indagini archeologiche risalenti al 1988 e ben descritte dal prof. Paolo Peduto, hanno portato alla scoperta, nella massa di calcinacci presenti nell’aula, del mosaico, in opus sectile, dell’antica pavimentazione della Cappella Palatina: un insieme di elementi geometrici romboidali, quadrati e triangolari, tozzetti vitrei e frammenti di un “titulus” (fregio epigrafico) composto da Paolo Diacono dove si esalta Arechi II (GE DUC CLEME-NS) parte dell’esametro (GE DUC CLEMENS ARICHIS PIA SUSCIPE VOTA).


Dopo un’attenta rimozione di elementi settecenteschi, inoltre, sono fuoriusciti elementi significativi dell’architettura longobarda come, ad esempio, un loggiato sul lato ovest, bifore e monofore caratterizzati da eleganti capitelli compositi dove si poggiano pulvini a stampella dai quali dipartono archi in mattoni, sul lato nord. Le opere di miglioria difensive e dell’assetto ubano proseguirono con i successori di Arechi II, Grimoaldo I e Grimoaldo II.








