Il pezzo mancante

di Michele Bartolo*

Il 06 gennaio del 1980, giorno dell’Epifania del Signore, veniva ucciso Piersanti Mattarella, Presidente della Regione siciliana, fratello dell’attuale Capo dello Stato.  Mattarella era un esponente di spicco della Democrazia Cristiana ed era noto per le sue posizioni antimafia e per il suo desiderio di una Sicilia con le carte in regola, soprattutto nel campo edilizio e dei lavori pubblici.

Ma come mai, a distanza di ben 45 anni, si riparla dell’omicidio Mattarella? Perché questo grave fatto di sangue, come tanti altri delitti che hanno sconvolto l’Italia di quegli anni e quella degli anni a venire, rimane un caso per molti versi irrisolto.

Sicuramente sono stati condannati in via definitiva i mandanti, ovvero i boss di spicco della mafia siciliana dell’epoca, primo tra tutti Totò Riina. Non si è mai chiarito, però, chi siano stati gli esecutori materiali del delitto. Adesso, quarantacinque anni dopo, sappiamo quello che abbiamo sempre saputo, che la scena del crimine era, in questa come in altre pagine nere della storia della Repubblica italiana, straordinariamente affollata, che molte cose non tornano, che qualcuno ha mentito e che, soprattutto, c’era un guanto, che era stato trovato, e poi perso, e oggi è oggetto del desiderio di tanti, come in quella canzone di De Gregori.

Un guanto perduto da una mano più di quarantacinque anni fa, il guanto di pelle marrone abbandonato dal killer sotto il sedile della Fiat 127 usata per la fuga. Già allora era considerato un reperto fondamentale, tanto che l’allora ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, ne parlò in Parlamento. Oggi, con i progressi sulle analisi del DNA, sarebbe stato decisivo per risalire al nome dell’assassino.

Ma come mai si è tornato a parlare di questo guanto proprio adesso? Perché qualche giorno fa è stato posto agli arresti domiciliari Filippo Piritore, ex funzionario della Squadra mobile di Palermo (poi prefetto), con l’accusa di depistaggio per aver fatto sparire proprio quel guanto. All’epoca, Piritore scrisse una relazione in cui affermava di aver affidato il reperto a un poliziotto della Scientifica, tale Di Natale, per consegnarlo all’allora sostituto procuratore Piero Grasso. Peccato che sia Di Natale (che era anche in malattia) che Grasso abbiano negato di aver mai ricevuto quel guanto. Per la Procura di Palermo, che ha riaperto le indagini nel 2017, Piritore non ha fatto altro che «impedire, ostacolare e sviare» le indagini, manifestando una «pervicacia nella volontà delittuosa» che si protrae dal 1980 fino a oggi. Piritore, infatti, ha 74 anni, all’epoca dell’omicidio di Mattarella ne aveva 29.

Negli anni successivi ebbe una carriera di rilievo nella polizia, diventando questore e prefetto in diverse città italiane (oggi è in pensione).  Un comportamento infedele da parte di un funzionario dello Stato, vorremmo dire una eccezione alla regola, una mela marcia tra tante mele buone. In realtà, il caso Piritore non è che l’ultimo, sconcertante tassello in una storia di depistaggi e verità nascoste che dura da mezzo secolo, una storia di pezzi mancanti.

Potremmo costruire una storia del nostro Paese, degli episodi di terrorismo, della mafia eversiva, proprio raccontando ciò che manca. Prendiamo la scatola nera di Cosa nostra: il famoso archivio di Totò Riina. Non stiamo parlando di una borsa o di un PC, ma di tonnellate di appunti, pizzini, registri, la vera memoria storica e contabile della Cupola. Documenti che, se fossero stati recuperati, avrebbero riscritto la storia dei rapporti tra la mafia, la politica, l’imprenditoria e le istituzioni. Ebbene, questo archivio, che valeva più dell’oro, non si trova. È svanito dalla casa covo di via Bernini, a Palermo, poco dopo l’arresto del capomafia avvenuto il 15 gennaio 1993.

Un oggetto famoso, mai ritrovato, è l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Il 19 luglio 1992, dopo la strage di via D’Amelio, fra poliziotti che correvano a vuoto e uomini d’ombra che si muovevano con chirurgica precisione, l’Agenda Rossa svanì. È stata sottratta. Un pezzo di memoria che non è solo un appunto, ma la sintesi della trattativa in atto, il nome e cognome dei veri mandanti dietro gli esecutori mafiosi. L’assenza dell’Agenda Rossa è l’assenza di un intero capitolo della Repubblica. È la prova che il depistaggio non è un errore, ma un metodo di governo. Ed è per questo che il guanto perduto di Piersanti Mattarella, il guanto che l’ex prefetto Piritore avrebbe fatto sparire, non è solo un pezzo mancante: ci ricorda che in Sicilia, come in Italia, il vero potere non è quello che si vede, ma quello che agisce dietro le quinte, quello che fa mancare i pezzi.

 

*avvocato

 

Fotografia di Letizia Battaglia esposta presso la mostra “Letizia Battaglia- una vita come un cazzotto, come una carezza- organizzata a Salerno dall’associazione  Tempi Moderni (marzo 2024)

Michele Bartolo

Avvocato civilista dall'anno 2000, con patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori dal 2013, ha svolto anche incarichi di curatore fallimentare, custode giudiziario, difensore di curatele e di società a partecipazione pubblica. Interessato al cinema, al teatro ed alla politica, è appassionato di viaggi e fotografia. Ama guardare il mondo con la lente dell'ironia perché, come diceva Chaplin, la vita è una commedia per quelli che pensano.

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