La morte annunciata
di Michele Bartolo*
La moderna tecnologia offre la possibilità di implementare sistemi di sicurezza che consentano il controllo dei detenuti ovvero anche delle persone cosiddette socialmente pericolose. Nello specifico, mi riferisco al braccialetto elettronico che è un dispositivo che la persona da controllare deve indossare, solitamente applicato alla caviglia, in grado di monitorare a distanza la posizione e i movimenti di un individuo.
Viene utilizzato per controllare persone soggette a misure alternative alla detenzione come gli arresti domiciliari, la detenzione domiciliare o misure cautelari di allontanamento dalla casa familiare, il tutto allo scopo di garantire il rispetto delle restrizioni imposte. Come funziona? In teoria, il funzionamento è molto semplice. Il dispositivo invia segnali a un centro di controllo per segnalare in tempo reale spostamenti e violazioni, come l’uscita da un’area prestabilita o tentativi di manomissione. Avendo in dotazione un sistema GPS, infatti, la posizione viene prima rilevata e poi inviata a un’unità di sorveglianza (centralina), che riceve i segnali dal braccialetto, verificando che la persona rimanga all’interno di un perimetro specifico.
Se il braccialetto esce dall’area consentita, viene danneggiato o manomesso, scatta un allarme che viene inviato alla centrale operativa delle forze dell’ordine. Nel caso delle norme per evitare i femminicidi, esiste un tipo particolare di braccialetto, meglio conosciuto come braccialetto antistalking. Questo utilizza due dispositivi GPS: una cavigliera per l’aggressore e un altro braccialetto con GPS per la potenziale vittima.
Il sistema verifica il rispetto del divieto di avvicinamento e invia allarmi se l’aggressore si avvicina troppo alla vittima. Ovviamente il funzionamento va in due direzioni, tra di loro indipendenti: l’allerta alle forze dell’ordine ma, nell’immediato, soprattutto l’allerta alla potenziale vittima, che così può rendersi conto di essere in pericolo prima che qualcosa di brutto accada veramente. In questi casi, infatti, si gioca con il tempo e anche una manciata di secondi può fare la differenza.
Purtroppo è proprio quello che non è avvenuto il 18 ottobre 2024, quando Celeste Palmieri è stata uccisa nel parcheggio di un supermercato di San Severo, in provincia di Foggia, dall’ex marito Mario Furio, con il quale la donna era stata sposata per 35 anni e aveva cinque figli. In quel caso la vittima, che aveva denunciato l’uomo, al quale era stato imposto il divieto di avvicinamento, non riceve alcuna allerta, nonostante l’uomo si trovi a pochi metri da lei.
La donna, nell’immediato, si accorge della presenza a pochi metri dell’uomo, chiama i carabinieri, segnala che il dispositivo non funziona, cosa peraltro avvenuta anche in passato, chiedendo di effettuare un controllo. Qui inizia il rimpallo di responsabilità tra carabinieri e polizia di stato, sino a quando si allerta la centrale operativa della compagnia dei carabinieri di Foggia che chiama i carabinieri di San Severo, dopo quasi mezz’ora dagli eventi segnalati e senza che nessuno sia ancora arrivato.
Alla fine trascorreranno trentasei lunghi minuti dal momento in cui i due braccialetti elettronici si sono incrociati e Mario Furio avrà il tempo sufficiente per sparare alla ex-moglie all’uscita dal supermercato e per suicidarsi subito dopo. Quando, finalmente, i carabinieri arrivano, si può solo constatare quello che è accaduto e che non sarebbe dovuto accadere. Tutto questo, infatti, si poteva evitare se il braccialetto della vittima avesse funzionato. Celeste Palmieri è stata uccisa con un dispositivo antistalking, che indossava regolarmente, ma lo Stato non è riuscita a proteggerla.
Dispositivo elettronico di localizzazione indossato alla caviglia.
Jérémy-Günther-Heinz Jähnick
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