L’accettazione del rischio

di Michele Bartolo*

E’ di ieri la notizia che la Corte di Appello di Ancona ha ribaltato una sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Macerata in materia di violenza sessuale.

Nello specifico, il giudice della prima fase aveva assolto l’imputato maggiorenne dal reato di stupro di una ragazza di diciassette anni, sul presupposto che la stessa non fosse vergine al momento dei fatti e che quindi avesse la necessaria consapevolezza per comprendere il rischio di avvicinarsi ad un uomo. In sede di appello, l’assoluzione è stata rivista e l’imputato  è stato condannato a tre anni di reclusione.

Nel nostro Paese, ormai siamo arrivati alla situazione che un giorno c’è un femminicidio ed il giorno dopo una sentenza di qualche Giudice che di fatto giustifica una violenza nei confronti di una donna. Non vi è chi non veda che, in questo contesto, qualsiasi normativa severa e qualsivoglia inasprimento delle pene non potrà mai avere gli effetti sperati e certamente non costituirà un deterrente per altri atroci delitti dello stesso tipo.

Ogni cittadino onesto, di fronte all’illegalità ed all’illecito, chiede che lo Stato intervenga per punire il colpevole e pretende che la pena sia concreta, operativa, venga espiata per tutto il suo periodo temporale. Siamo passati da un’ epoca in cui l’ergastolo era rimasto solo sulla carta ed i benefici di pena consentivano di fatto una consistente riduzione del periodo di detenzione ad una situazione attuale in cui neanche più si condanna il colpevole di un reato, iniziando a giustificare e comprendere i suoi comportamenti ed indagando, di contro, sulla vita privata e sui precedenti della vittima. Sicuramente nel nostro ordinamento, sia civile che penale, viene prevista anche la responsabilità del danneggiato o della vittima, nella misura in cui il suo fatto doloso o colposo sia stato un fattore concorrente od esimente rispetto alla fattispecie illecita consumata. Tuttavia, il concetto logico, prima ancora che giuridico, dell’accettazione del rischio è un terreno molto delicato sul quale devono confrontarsi gli operatori del diritto.

La discrezionalità di un magistrato non può spingersi ad interpretare liberamente i comportamenti e le azioni della vittima, al punto da annullare in toto le responsabilità del carnefice.

Nel caso in esame, ci troviamo di fronte ad una ragazza minorenne, circostanza che di per sé attenua le capacità cognitive e volitive del soggetto. Il giudice del primo grado, però, ha superato questa obiettiva considerazione, ritenendo che il fatto di avere avuto rapporti in precedenza rendesse la donna soggetto sufficientemente consapevole di cosa l’aspettasse in una relazione con un uomo. E’ noto, infatti, che entrare in una macchina con un uomo, accettare magari un bacio o dare in altro modo confidenza, equivale ad accettare un rapporto completo ed a trasformare una violenza sessuale in una scelta  consenziente.

E’ forse il caso di richiamare l’opinione di quel cittadino che ha giustamente detto che, intesa in questo modo, l’accettazione del rischio diventa anche portare il portafogli in borsa, perché di fatto ci si espone allo scippo, nella consapevolezza dell’abilità dei ladri nel compiere questo tipo di furto.

No, non funziona così.

Il magistrato non può sempre essere protagonista, non può essere ossessionato dalle luci dei riflettori, della ribalta, non può cercare a tutti i costi di essere originale, a discapito della giustizia del caso concreto. Spesso si dice che viviamo in un’epoca in cui tutto è veloce, i bambini e i ragazzi crescono iperattivi, impegnati in più cose contemporaneamente e su più fronti.

La digitalizzazione ci ha reso meno umani, ci ha fatto dimenticare quando avevamo di meno, ma ce lo facevamo bastare. Ecco in quel periodo, che ormai appartiene al passato, si imparava a leggere e scrivere perché si aveva più tempo, più pazienza e si apprezzava la virtù della lentezza.

Forse anche i Giudici di oggi dovrebbero fermarsi un attimo: non dico per imparare a leggere e scrivere, ma quanto meno per essere sufficientemente consapevoli quando accettano il rischio degli effetti aberranti che scaturiscono da alcuni provvedimenti che adottano.

 

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Michele Bartolo

Avvocato civilista dall'anno 2000, con patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori dal 2013, ha svolto anche incarichi di curatore fallimentare, custode giudiziario, difensore di curatele e di società a partecipazione pubblica. Interessato al cinema, al teatro ed alla politica, è appassionato di viaggi e fotografia. Ama guardare il mondo con la lente dell'ironia perché, come diceva Chaplin, la vita è una commedia per quelli che pensano.

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