Dei delitti e delle pene

di Giuseppe Moesch*

Si sono chiuse ieri, alle spalle dell’ex Presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy, le porte della “Maison d’arrêt de la Santé”, nel quartiere di Montparnasse, struttura sorta su un vecchio convento a sua volta ex ospedale.
L’ingresso nell’edificio è avvenuto dopo che le TV francesi che hanno seguito l’uscita di casa dell’uomo accompagnato della moglie Carla Bruni e dai quattro figli, che attraversando una piccola schiera di fans che intonavano la Marsigliese, ed inneggiavano a Nicolas, gli hanno fatto ala fino a raggiungere Una grossa Renault nei pressi della quale il gruppo si è sciolto dopo una serie di baci e abbracci.

Di fronte al dramma dell’uomo e della sua famiglia mi son venuti in mente due altre immagini a noi più vicine, due altri Presidenti del Consiglio, in questo caso italiani, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi che hanno subito la stessa esposizione mediatica che forse la storia riposterà nei corretti confini, superando il linciaggio che è stato loro comminato.
La prima riflessione è relativa alle diverse condizioni giuridiche dei due Paesi, accomunati da sistemi legislativi prossimi ma divaricatisi sulla deriva reazionaria che li ha in qualche modo caratterizzati; una legge abbastanza recente francese, voluta dalla destra ha previsto infatti l’arresto anche solo dopo il solo primo grado di giudizio di un condannato per alcuni reati.

È doverosa una precisazione: non ho mai provato simpatia per Sarkozy, e credo che sarebbe stata cosa buona e giusta che pagasse per l’eliminazione di Gheddafi, ordita per ottenere per la Francia le concessioni petrolifere che erano in testa all’ENI in Libia, oltre che per il contributo che con la Germania della Merkel, aveva dato alla ridicolizzazione dell’Italia con le risatine rivolte all’indirizzo del Presidente in carica, che contribuirono alle difficoltà economiche del nostro Paese. Devo ancora dire che non ho mai votato per Craxi o per Berlusconi in quanto, per motivi differenti, erano distanti dal mio modo di vedere la politica.

Le accuse nei confronti di Sarkozy che hanno portato alla sua condanna in primo grado, erano che non poteva non sapere che c’erano dei malviventi che prendevano denaro dalla Libia per finanziare la sua campagna elettorale; in buona sostanza non avendo i giudici le prove di un diretto coinvolgimento del Presidente, lo hanno accusato di associazione a delinquere in merito a un piano per finanziare la campagna elettorale del 2007.

Credo che tutti ricordiamo con terrore le stesse accuse rivolte a Craxi; non la prova provata ma un teorema sviluppato dal braccio armato del Partito Comunista che voleva sostituirsi al PSI nella leadership della sinistra.
Credo che tutti ricordiamo con terrore le stesse accuse rivolte a Berlusconi in merito alla plusvalenza sui film, sancite in una sentenza ferragostana che tanto ha fatto discutere l’intero Paese.

Tre vicende umane con risvolti personali assai diversi ma tutte accomunate dallo stesso meccanismo ovvero l’eliminazione dell’uomo che con diverse mosse politiche impedisce ai competitori politici di potersi affermare.
Più interessante ancora ritengo sia proporre qualche riflessione sui sistemi giudiziari, ed in particolare sui delitti e sulle relative pene da comminare.

Lungi da me l’idea di scomodare il nonno materno di Alessandro Manzoni, ovvero Cesare Beccaria Bonesana, marchese di Gualdrasco e di Villareggio, autore di quella celebre opera fondamento della cultura giuridica liberale e nemico della tortura e della pena di morte, ritengo si debbano analizzare queste tre diverse situazione e cercare di comprendere cosa sia successo e forse succederà ancora in peggio in questi due Paesi ed anche in Europa.

Il riconoscimento della colpevolezza dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio è uno dei capisaldi del nostro sistema giudiziario: si sostiene “Meglio un colpevole fuori che un innocente in galera”. È questo che ci hanno insegnato e quindi una sentenza passata in giudicato la rispettiamo perché sappiamo che un giudice indipendente, dopo una istruttoria svolta da un magistrato terzo, e difeso da un avvocato di fiducia dell’imputato, ha pronunciato una sentenza inappellabile dopo il terzo grado di giudizio.

Il problema nel caso di Sarkozy è che le porte del carcere si sono aperte dopo solo un grado di giudizio; e la sentenza si base sull’assunto che non poteva non sapere.
Quindi e con buona pace di Beccaria, la tortura è ancora praticata nelle carceri francesi, perché se per caso nei successivi gradi di giudizio si dovesse considerare troppo debole l’accusa, ci potremmo ritrovare qualcuno in galera per non aver commesso il fatto.

Tuttavia, dato che l’obiettivo non è quello di tenere in prigione un uomo ma di distruggere un simbolo, ecco che gli avvocati ci rassicurano che l’ipocrito sistema è tale che quasi sicuramente, nel giro di tre settimane a seguito del ricorso presentato, l’ex Presidente sarà nuovamente fuori e nel frattempo alloggerà in una stanza singola metri 4 X 2,5, con servizi in camera e, pagando, con TV a colori e frigo bar, con due libri, tanto in tre settimane non riuscirà a leggerne di più anche tenendo conto che si è ripromesso di scrivere le sue memorie. Due ore d’aria a giorno, tre visite settimanali di parenti e un numero illimitato di incontri con gli avvocati; spero gli sia concesso anche un computer perché ormai quasi nessuno può più scrivere a mano e fare a meno del supporto di Google o dell’AI.

Mi piace notare che, a meno dei servizi igienici, quelle suddette sono più o meno le misure del mio studio, dove trascorro quasi tutta la mia giornata, ma per mia scelta senza l’onere così pressante di tante visite.
Se non è colpevole lo si sta torturando, se lo è mi chiedo in che consista la pena: si palesa chiaramente l’ipocrisia di una intera società.
Lo stesso reato fu imputato a Craxi, che si autoesiliò per non subire l’onta di finire bersaglio del vituperio delle genti dopo il tremendo spettacolo del lancio delle monetine, trasmesso da tutte le TV, lancio che sanciva la condanna senza processo confermato da processi senza prove concrete e giudizi unidirezionali. La conclusione fu tragica per quel politico al quale fu impedito di farsi curare in Italia se non accettando di finire in galera. Al suo rifiuto non ci fu pietà per i duri e puri e la sentenza fu così di morte, ancora in barba alle posizioni liberali di Beccaria.

La soluzione adottata per Berlusconi fu indirizzata nella stessa direzione ipocrita proponendo la soluzione “servizi sociali”, ovvero imporre ad un uomo avanti con gli anni di recarsi presso un centro per anziani ad offrire il proprio contributo, così imparando a comportarsi bene e comprendendo come ci si comporta. La pena fu probabilmente quella di chiacchierare con i vecchietti e al più raccontargli qualche barzelletta che erano il forte di quell’uomo che in gioventù aveva fatto l’animatore sulle navi da crociera, ma dubito fortemente che abbia dovuto nettare le terga a qualche incontinente.
Quello che interessava era la gogna mediatica, far passare l’immagine che il potente veniva gettato nella polvere ed umiliato: tortura psicologica.

Ma la cosa più stupefacente è che dietro questa punizione esemplare c’è un intero trattato di politica applicata.
Sono nato e cresciuto in una famiglia nella quale mi hanno insegnato che non esistono lavori umili, tutti i lavori, mi hanno spiegato, sono dignitosi ed utili, direi essenziali, che si tratti del lavoro del direttore di un giornale o di un cardio chirurgo o di un netturbino, di un ingegnere elettronico o di un idraulico, di un infermiere o un’ostetrica, di un addetto allo spurgo delle fogne o un avvocato o un manager, ci troviamo di fronte al mix di attività che mantengono in piedi un intero sistema economico, ed ho tentato di trasmettere questi concetti a mia figlia e agli studenti che non volevano continuare negli studi; era sempre possibile primeggiare in tutti i campi.

Menenio Agrippa nel celebre “Apologo del ventre e delle membra”, pronunciato durante la secessione sul Monte Sacro, nota anche come “secessione della plebe del 494 a.C.” e terminato con la nomina di un tribuno della plebe, ha reso universale quella condizione di equilibrio sociale.

La pena comminata a Berlusconi da parte della sinistra, ha invece contribuito a distruggere quei convincimenti: non serviva infatti mandarlo in prigione; lo mandiamo ai servizi sociali a raccogliere la merda dei vecchi degenti e con questo lo umiliamo fino in fondo.

Il dramma è che con questo abbiamo detto al mondo intero che lavorare in quel settore è roba da ultimi, da reietti della società, da sfigati che occupano se non l’ultimo, forse il penultimo posto nella scala sociale, tanto che era quello il modo per umiliarlo in quanto potente Presidente del Consiglio diventato miliardario dal nulla o quasi, e non perché, come sarebbe invece stato giusto nella loro proiezione sociale, in quanto rampollo di membri appartenenti ai salotti radical chic.

Una volta emessa la sentenza, la società non crede sia più necessario interessarsi di cosa possa succedere ovvero come si evolve l’altro caposaldo di quella giustizia liberale che risiede nella certezza della pena.
Possiamo scarcerare Sarkozy dopo tre settimane tanto il segnale è arrivato chiaro e forte, possiamo lasciar morire Craxi, tanto ormai è stato sconfitto, possiamo umiliare Berlusconi tanto è finito, per poi accorgersi che i vincitori continuano ad essere loro e che i veri sconfitti sono quelli che organizzano i processi per raggiungere con mezzucci quel potere che non sono in grado di ottenere con mezzi puliti.
Quello che è più grave è che il metodo inquina l’intera società: valori perduti a tutti i livelli, omicidi che crescono, specialmente tra i giovani, unitamente ai più efferati femminicidi nella convinzione che dopo poco tempo la pena sarà ridotta.

Le forze dell’ordine umiliate quando s’impegnano nel perseguire i reati, l’intera struttura sociale ad osannare gli esibizionisti di ricchezze ingiustificabili, ed i politici pronti ad allisciare il pelo ai pochi ancora votanti comprati con le scarpe o i pacchi di pasti alla maniera delle passate esperienze di Lauro, oggi trasformati direttamente in denaro attraverso i redditi di cittadinanza o i buoni casa e quant’altro, mentre a livello più alto le grandi multinazionale lucrano gli aiuti di Stato generati da politiche green o da accordi truffaldini basati su norme fraudolente.

Resta l’amaro in bocca pensando a tutti quelli che più o meno consapevolmente cascano nelle trappole posate da chi, a tutti i livelli, affila le grinfie; cascano nelle trappole di quei farabutti, marionette nelle mani di politici che manipolano l’opinione pubblica, uomini e donne che aizzano belve fameliche alla ricerca di un capro espiatorio sul quale scaricare il loro risentimento in quanto membri ultimi di una società che ha insegnato a disprezzarli.
Rompere questa rete è cosa quanto mai difficile se non impossibile, e solo effetti quasi catastrofici potranno forse riportarci sui binari di una vita di rispetto delle regole e in primo luogo degli uomini.

 

*già Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno

Jacques Paquier. Creative Commons Attribuzione 2.0

Giuseppe Moesch Giuseppe Moesch

Giuseppe Moesch

Napoletano, già professore ordinario di Economia Applicata, prestato alla politica ed alle istituzioni nazionali ed internazionali, per le quali ha svolto incarichi e missioni viaggiando in quasi cinquanta Paesi attraversando l’umanità che li popola. Oggi propone le sue riflessioni scrivendo quando non riesce a capire quelle degli altri.

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