Libro proposto
“Ogni cosa aveva un colore. Un padre, un figlio e l’amore di chi resta (Einaudi)
Il padre dell’autore è morto da pochi mesi quando l’autore ritrova una cartellina piena di fogli in cui il padre racconta “ciò che avvenne in quei giorni e in quegli anni in cui la guerra gli esplose sul volto.”
Di qui, a ritroso, a scavare in quel passato tanto lontano quanto doloroso: a cinque anni, infatti, il padre dell’autore, Momia, (“nomignolo con cui due militari tedeschi lo avevano apostrofato affettuosamente nell’estate del ’43”) era stato colpito da una mina sotterrata nei pressi della spiaggia di Capo Portiere dove era andato con lo zio Manlio e la sorellina Meri, in una mattina di fine luglio del 1945. Tutti e tre furono colpiti in pieno e riportarono gravi danni. “La bomba delle schegge”, così come veniva chiamata la Schrapnellmine, era ideata non per mietere vittime ma “per ferire i corpi, dilaniare le membra, deturpare i volti. Per lasciare inciso il segno indelebile della guerra.” Ed inciso rimase il volto e l’animo del piccolo Momia.
Federico decide allora di iniziare un viaggio alla ricerca del passato del padre, ne ricostruisce i passaggi fondamentali: ritorna nei luoghi in cui ha vissuto, contatta gli amici, dall’esplosione della mina ripercorre i mesi di degenza all’Umberto I di Roma, gli anni all’Istituto Romagnoli per i ciechi fino al riscatto arrivato con la laurea raggiunta dal padre, l’amore, il matrimonio.
Alla storia del padre si intreccia un’altra storia. Nello stesso periodo in cui Pace ritorna sulle orme del padre, sta lavorando all’opera di Werner Bischof, fotografo svizzero.
A 24 anni Bischof aveva un sogno: diventare pittore e aprire un atelier a Parigi, ma con l’invasione da parte di Hitler della Polonia, viene richiamato dall’esercito svizzero e dispiegato lungo il confine. In una notte d’estate del 1940, in piena Seconda Guerra Mondiale, Bischof intraprende la scalata del Klein Fieschernon, per lui una sorta di epifania
” Quel gesto aveva in sè qualcosa di sublime. Pareva la confessione di chi, attratto dalla bellezza organica della natura, voleva starsene in pace con i propri simili. Era un sogno così integro ed innocente, e già fuori dal tempo, da apparire incongruo…”-

Al termine della guerra Werner Bischof scende dalle vette innevate e, in bicicletta, decide di andare a vedere cosa era accaduto in quegli anni e fotografa volti e luoghi.
Girerà di Paese in Paese, Lussemburgo, Belgio, Olanda, “trascinato da una vitalità inesauribile e dall’urgenza di testimoniare…è stato capace di comprendere il dolore e allo stesso tempo di cogliere, isolare e svelare i frammenti di bellezza e delicatezza che sopravvivono in ciascuna persona…una speranza per ciò che ci porterà il domani.”
Federico Pace, nelle ricerche sul lavoro di Bischof incappa in una foto di un bambino che somiglia tremendamente al padre, anche per le cicatrici che ne deturpano il volto, il bambino di Roermond.
Si mette dunque sulle tracce del bambino che scoprirà essere Jo Corbey, anch’egli vittima dell’esplosione di una mina, “un gemello per destino e identità”.
Bischof sperava di scattare foto a colori ” far vedere i paesaggi, fino ad allora così addolorati e cupi, liberati dalla gabbia del bianco e nero.” così dai suoi negativi originali realizzati in bianco e nero tra il 1939 ed il 1954 , ritrovati dal figlio di quest’ultimo, verranno poi realizzate più di cento stampe a colori, esposte a Lugano. Federico Pace va a Lugano e rivede la foto del ragazzino di Roermod.
Se per Werner Bischof il colore era libertà , per il padre di Pace” Ogni cosa, per lui aveva un colore. Ogni cosa era un colore”.
Le pagine di questo libro fatto di storie, luoghi, dolori e vissuti, diventano il mezzo attraverso cui Federico Pace, andando alla riscoperta del dolore e della vita del padre, riannoda i fili di una vita, qui, “ciò che è stato tornerà ad essere di nuovo” ed i colori assumono l’importanza di ridare vita alle immagini di passati ormai lontani. Con la forza ritrovata, l’autore ritrova i pezzi mancanti, le parole e le fotografie diventano un balsamo per il suo dolore. Ha ricomposto i pezzi mancanti. Si è fatto attraversare dal dolore ripercorrendolo fin nelle sue profondità. E’ pronto a lasciar andare suo padre portandolo sempre dentro di sè.