Gli ultimi martiri della demagogia
di Giuseppe Moesch*
Ero stato incaricato a partire dalla fine del 2002, insieme all’Ingegner Incalza, della redazione del Piano dei Trasporti dell’Iraq; era uno dei contributi italiani alla ricostruzione di quel paese, così come tutto il settore museale e archeologico, che vedeva da sempre la presenza di nostri studiosi con una rappresentanza permanente di nostri professori e studiosi.
Mi ero già recato in missione più volte in quello splendido Paese, martoriato dalla presenza di Saddam Hussein e dall’intervento militare della coalizione di Stati tra i quali gli Usa e diversi altri governi europei.
Avevo avuto modo di percorrere quasi tutto il paese, salvo le zone in cui la guerra era ancora particolarmente accesa, per conoscere la condizione delle infrastrutture e rilevare le caratteristiche delle diverse realtà. Mi ero recato nel Sud ed in particolare ero andato a visitare la base Libeccio del contingente militare e subito dopo la base Maestrale, dove era di stanza l’unità di manovra, in quella che era stata, ai tempi di Saddam, la sede della camera di commercio. Il contingente formato dai Carabinieri, oltre che da uomini della Gendarmeria Romena e da membri della Guardia Nazionale Repubblicana Portoghese.
La sede era una villetta di due piani con al pian terreno gli uffici del comando e la mensa, al primo le camerate a al secondo le postazioni con mitragliatrici pesanti sul terrazzo in mezzo ai panni stesi ad asciugare.
Si accedeva alla sede da un largo viale a due corsie con doppia carreggiata che continuava con le stesse caratteristiche attraversando un ponte sul fiume che scorreva in città. Lungo le sponde del fiume due viali con le stesse caratteristiche, e la villetta praticamente all’incrocio di quelle vie.
Ospitalità italiana, spaghetti, parmigiano e vino, successiva visita alla struttura e sorprendente constatazione della vulnerabilità del posto. Notai come non vi fosse nessuna condizione di particolare sicurezza, e lo feci presente a chi viaggiava con me e al comandante che ci accompagnava nella visita.
Chiesi come mai non si fosse scelto un altro edificio esistente sul lato opposto ma assai più arretrato e quindi più facilmente difendibile e la risposta fu che era occupata da profughi. Controbattei che si sarebbero potute scambiare le due localizzazioni ma mi si disse che era una zona tranquilla. La Commissione d’inchieste pervenne alle stesse conclusioni, dopo che il 12 novembre 2003 28 morti, confermarono tragicamente le mie preoccupazioni.
Quel giorno dovevo essere anche io in quella sede insieme ai tecnici del gruppo che fortunatamente arrivarono da Bagdad verso le dieci quando l’attentato era avvenuto da circa due ore.
Come per Nassirya l’angoscia e la tristezza per la strage annunciata, che oggi ha colpito a morte tre carabinieri a Castel D’Azzano, nel veronese, oltre ad altri quindici feriti dei quali quattro in condizioni gravissime in rianimazione.
La storia di quei tre fratelli che da oltre cinque anni tentavano di resistere anche violentemente, allo sfratto per morosità, con azioni che avevano già allarmato i vicini e le autorità, era tale da dover rendere particolarmente cauta l’operazione di intervento, specialmente dopo che un ufficiale giudiziario che aveva avuto accesso al casale aveva documentato con reperti fotografici che erano presenti all’interno sia bottiglie molotov che bombole di gas, ordigni peraltro riconosciuti presenti sul tetto del casale al momento dell’irruzione.
La sensazione immediata è che non siano state attivate le procedure necessarie per tutelare i carabinieri che sono stati mandati, dotandoli ad esempio dei robottini per esplosivi o rompendo i vetri per l’aerazione usando mezzi meccanici evitando che gli stessi fossero infranti dagli intervenuti.
Non sono un esperto ma credo che avrei agito in questo modo con il buon senso del padre di famiglia.
Sottovalutare il pericolo rappresentato da tre pazzi che da tempo avrebbero dovuto essere affidati alle cure di validi psichiatri ha la stessa valenza della sicurezza ostentata e dimostrata a Nassirya valutando la zona come tranquilla.
Due sono le considerazioni che possiamo proporre la prima è la bassa attenzione a certi fenomeni considerati quasi normali, che portano ad abbassare la guardia anche a chi affronta con grande professionalità il proprio lavoro; la seconda è relativa alla applicazione di parametri ideologici ai problemi della convivenza civile.
La legge Basaglia è stata la conclusione di un processo di umanizzazione delle condizioni dei malati psichici. Tuttavia la legge prevedeva anche la realizzazione di strutture idonee ad affrontare le tematiche che scaturivano dall’apertura di quei luoghi di inferno e questo si è fatto solo in minima parte. Carenze di personale e di strutture si sono accompagnate ad un diffuso atteggiamento di buonismo applicato e di laissez faire, di tolleranza e di non rispetto delle leggi.
Purtroppo questo lo vediamo quotidianamente nell’atteggiamento nei confronti delle forze dell’ordine quotidianamente accusate di nequizie che li vedono dover rispondere loro di reati compiuti per adempiere al loro dovere, come inseguire un delinquente o usare un teaser per bloccare qualcuno drogato o ubriaco che dà in escandescenze.
La tolleranza di operatori della giustizia e la malafede di alcune forze politiche stanno creando una tragica disgregazione della struttura sociale, che si manifesta tra l’altro nella disaffezione delle istituzioni a cominciare dalla diserzione al voto.
Piangiamo oggi i nuovi caduti ma cerchiamo finalmente di ritrovare le fila di un Paese che tende sempre più a smarrire i propri valori.
*già professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno







