20060112-FERRARA-CRO:18ENNE MUORE DAVANTI AGENTI, SUO BLOG TRA PIU’ VISTI ITALIA.QUESTORE FERRARA REPLICA AD ASSERZIONI MADRE RAGAZZO.Una recente foto di Federico Aldrovandi, 18 anni, studente di Ferrara,e’ morto il 25 settembre scorso in circostanze ancora da chiarire, davanti agli agenti di polizia intervenuti per calmarlo.STR/BENVENUTI/ANSA

Il caso Aldrovrandi

di Michele Bartolo-

Il 25 settembre 2025 sono passati venti anni dalla morte di Federico Aldovrandi. Aveva appena diciotto anni quando morì a Ferrara, dopo aver subito un controllo di polizia.

Oggi ne avrebbe trentotto e sarebbe un giovane adulto nel pieno della vita. Quella stessa vita che gli è stata strappata in una buia e misteriosa notte di venti anni fa. Intendiamoci: questo non vuole essere un attacco alle forze dell’ordine né fomentare una polemica pretestuosa nei confronti di chi ha il compito di garantire la sicurezza e l’incolumità di noi cittadini, rischiando la propria vita. Tuttavia, è un principio cardine del Diritto e di uno Stato democratico quello secondo cui “la legge è uguale per tutti”. Vuol dire, cioè, che il magistrato deve rispondere delle sue colpe e delle sue responsabilità, così come il comune cittadino e lo stesso deve avvenire per un poliziotto, per un carabiniere o per un qualsiasi altro dipendente dello Stato.

Affermare questo non vuol dire cavalcare una idea politica piuttosto che un’altra, né porsi contro  lo Stato e le sue istituzioni. Vuol dire soltanto che, all’interno di ogni categoria e di ogni lavoro, sia esso pubblico o privato, deve considerarsi prima la valenza umana e poi quella professionale.

Se quella sera del 25 settembre 2005 il giovane Aldrovandi è morto perché sotto l’effetto di droghe o perché picchiato selvaggiamente da quattro poliziotti non è solo una questione di giustizia del caso concreto, ma rimane una indagine fondamentale al fine di individuare le responsabilità dei singoli e non attribuirne di collettive, sempre nell’interesse di tutti i cittadini e, in ultima analisi, dello stesso Stato.

Altro principio cardine del nostro Diritto, infatti, è quello secondo cui la responsabilità penale è personale, quindi non vi è alcuno scandalo nel ritenere che uno, due o quattro poliziotti possano essere responsabili della sua morte. Oggi, dopo venti anni, una sentenza definitiva ha comunque determinato alcune responsabilità, ha affermato che vi sarebbe stato un omicidio colposo viziato da eccesso colposo nell’uso legittimo della forza.

I manganelli spezzati e la furia dell’intervento dei poliziotti sono andati oltre quello che doveva essere un normale controllo di polizia, hanno di fatto determinato la morte di un individuo.

Ovviamente la considerazione finale è che la qualificazione di omicidio colposo e la aggiunta della definizione di eccesso colposo ha di fatto reso risibile la condanna comminata, non superiore ai tre anni e sei mesi, ma la stessa costituisce comunque un importante precedente per avere individuato le responsabilità di alcuni soggetti che, pur appartenenti alle forze dell’ordine, di fatto hanno violato il loro obbligo di tutela anche del cittadino perquisito o sottoposto a controllo, tanto da ferirlo gravemente e poi ucciderlo.

Certo la pena non è proporzionata alla gravità del fatto e gli stessi poliziotti, almeno tre su quattro, sono oggi reintegrati nel posto di lavoro, seppur destinati a servizi amministrativi. Ma il nome di Federico Aldrovandi sarà ricordato per sempre, come simbolo di una condanna storica che ha accertato l’esistenza di un trauma da schiacciamento del torace, la presenza di 54 lesioni sul corpo della povera vittima e il tentativo ventennale di depistare le indagini. Tutto questo a causa di quattro agenti in divisa.

Lo Stato mostra la sua dignità e la sua forza quando è capace  di fare marcia indietro e la fa. Quando riconosce un errore commesso e se ne assume le responsabilità, senza cercare scuse. E’ questo il valore della sentenza sul caso Aldrovandi, il cui nome costituirà per sempre un monito alle coscienze delle donne e degli uomini di buona volontà.

 

Michele Bartolo

Avvocato civilista dall'anno 2000, con patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori dal 2013, ha svolto anche incarichi di curatore fallimentare, custode giudiziario, difensore di curatele e di società a partecipazione pubblica. Interessato al cinema, al teatro ed alla politica, è appassionato di viaggi e fotografia. Ama guardare il mondo con la lente dell'ironia perché, come diceva Chaplin, la vita è una commedia per quelli che pensano.

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