La leggenda di San Matteo e Romualdo I Guarna
Questa antica leggenda medievale risalente al periodo Normanno, come tutti i racconti dell’epoca, è anch’essa il frutto di un certo legame tra vicende storiche documentate ed elementi fantastici e immaginazione popolare. Dopo aver conquistato la città di Salerno, nel 1076, il duca normanno Roberto il Guiscardo ripudiava la prima moglie Alberada (dalla quale aveva avuto un primo figlio, Boemondo), per sposare Sichelgaita (sorella dell’ultima principe longobardo Gisulfo II), dalla quale nacquero molti figli: Ruggero, Guidone, Roberto e ben 5 fanciulle.

Morto a Bari Boemondo, il Ducato di Puglia, con Capitale Salerno, passava a Ruggero Bosa e, successivamente, nel 1111 al figlio Guglielmo II, suo legittimo erede, la cui amministrazione fu, tuttavia, alquanto debole. Nel 1127, con la morte prematura di Guglielmo II che dal matrimonio con Gualdalgrima non ebbe figli, si estingueva, di fatto, la discendenza di Roberto il Guiscardo. Il governo passava così nelle mani del Gran Conte Ruggero II e con lui ha origine questa particolare e poco conosciuta leggenda salernitana.


Si narra, infatti, che in quell’anno il Gran Conte Ruggero II giungeva, con la sua flotta, nel Golfo di Salerno, pronto a saccheggiare la città. Terrorizzati, gli abitanti del capoluogo iniziarono a fuggire e a nascondersi, mentre molti altri andarono a pregare sulla tomba del Santo Protettore Matteo. In questa situazione, particolarmente tesa, l’arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna I, con animo e gran coraggio, raggiunse il campo normanno, poco fuori la città, per chiedere di parlare direttamente con Ruggero.

Di ritorno in città, con aria particolarmente serena, si rivolse a tutti gli abitanti, invitandoli di pregare intensamente San Matteo. Il giorno seguente, con grande stupore del popolo, le milizie normanne lasciarono l’accampamento per raggiungere, nonostante il mare in tempesta, la flotta al centro del Golfo, allontanandosi definitivamente dalla città. La popolazione iniziò a gridare al miracolo concesso loro da San Matteo per intercessione dell’arcivescovo, e per ringraziarlo raggiunse la Cattedrale per pregare. Gli abitanti di Salerno poterono godere di una certa autonomia grazie agli accordi stretti con Ruggero e il Castello non venne mai espugnato. Ruggero fu insignito del titolo di Princeps e assunse poi quello di Duca di Puglia e re di Sicilia (1130).

La città perse, così, definitivamente il ruolo di Capitale del ducato normanno di Puglia diventando, però, un caposaldo del re per le province continentali. Tuttavia il capoluogo divenne un punto nevralgico per il regno, dove il re era solito sbarcare e poi ripartire per far ritorno a Palermo, dimorandovi spesso tra il 1130 e il 1140 presso Castel Terracena (palazzo fortezza voluto da Roberto il Guiscardo). La costante presenza di Ruggero in città, fece consolidare, inoltre, il rapporto della Corona con la feudalità salernitana (concedendole anche particolari privilegi).







