Quando la musica fa comunità

di Nicola Olivieri-

C’è un superpotere che non ha bisogno del mantello magico di Harry Potter: la musica. Dal pop al rock, dai cori in piazza ai cori su TikTok, è il collante che mette d’accordo persone diversissime, fa parlare tra loro nonni e nipoti e, quando serve, spinge tutti nella stessa direzione, quella dell’uguaglianza. Non è magia: è organizzazione emotiva. 

Gli studiosi la chiamano “tradizione che mobilita”, le canzoni attivano memoria, identità e comportamenti collettivi. In pratica, quando parte il ritornello giusto, la gente si muove e spesso anche la politica si accorge che qualcosa sta succedendo.

Negli anni Sessanta quel “qualcosa” aveva un nome preciso: diritti civili. 

“We Shall Overcome”, è una canzone le cui radici affondano nel gospel e negli spirituals afroamericani. Già negli anni ’40 fu adattata e utilizzata come canto di protesta sindacale, poi Peté Seeger e altri folk singer la inserirono nei loro repertori e negli anni ’60 diventa l’inno che tiene il tempo alle marce e dà coraggio a chi sfida segregazione e violenza.

Parallelamente, Bob Dylan con “Blowin’ in the Wind” e Sam Cooke con “A Change Is Gonna Come” danno parole e melodia a un’epoca che pretende risposte e cambiamento. Sono canzoni che non solo si cantano: si usano. E funzionano come manuali tascabili di coscienza civile.  

Poi arriva Woodstock e l’idea che “tre giorni di pace e musica” possano diventare una città temporanea dove si sperimenta un modo diverso di stare insieme. Mezzo milione di persone vede, ascolta e si riconosce in quella idea secondo la quale la musica non è sottofondo ma una vera piattaforma sociale della controcultura.  

Nel Regno Unito, sul finire degli anni ’70, l’incontro tra punk e reggae fa nascere Rock Against Racism, movimento musicale e politico, in risposta al clima crescente di razzismo, xenofobia e violenza. Non era solo una serie di concerti, ma una vera e propria campagna culturale che usava il linguaggio più potente a disposizione dei giovani,la musica. 

Il culmine arrivò nel 1978 con il Carnival Against the Nazis a Londra, che radunò circa 100.000 persone: una marea pacifica e festosa che univa musica e impegno civile, dimostrando che il fronte giovanile multietnico era più forte della retorica dell’odio. È una lezione pratica di alleanza generazionale e culturale.  

In Italia, l’aggregazione ha una sua grammatica precisa: “Concertone” del Primo Maggio a Roma, nato nel 1990 per volontà dei sindacati.  Da decenni rappresenta un gigantesco laboratorio di convivenza tra studenti, famiglie, lavoratori, turisti e dove trapper e veterani del rock si ritrovano sullo stesso palco a cantare temi sociali che cambiano col Paese, dalla sicurezza sul lavoro fino ai diritti civili. È il punto d’incontro tra festa popolare e impegno civile.  

Sempre qui, “Bella ciao” (canto partigiano che ha fatto il giro del mondo) continua a riemergere quando c’è da ricordare che l’uguaglianza non è slogan ma pratica quotidiana. Un brano trasformato in simbolo transgenerazionale e transnazionale: si canta a scuola, allo stadio, in Parlamento europeo (non senza polemiche), nelle manifestazioni. La musica che fa memoria, e la memoria che fa comunità.  

Se gli anni Ottanta hanno insegnato qualcosa è che il pop e il rock possono muovere non solo coscienze ma anche molti fondi.

Il giornalista Michael Buerk raccontò, in un reportage per la BBC, la carestia in Etiopia che, tra il 1983 e il 1985, causò centinaia di migliaia di morti. l’opinione pubblica britannica ne fu colpita profondamente. Fu così che Bob Geldof, frontman dei Boomtown Rats, insieme a Midge Ure degli Ultravox, scrisse il brano “Do They Know It’s Christmas?” e mise insieme un super gruppo di star inglesi e irlandesi dando vita a Band Aid. Il singolo vendette oltre 3 milioni di copie solo in UK,  il più venduto della storia britannica fino ad allora, e raccolse milioni di sterline per l’Etiopia aprendo la strada a un nuovo modello di beneficenza musicale collettiva.

Il passo successivo fu più ambizioso: organizzare un concerto planetario. Il 13 luglio 1985 si tenne il Live Aid, un evento simultaneo a Londra (Wembley Stadium) e Philadelphia (John F. Kennedy Stadium), trasmesso in diretta mondiale in oltre 150 Paesi, con un pubblico stimato di 1,9 miliardi di persone (quasi il 40% della popolazione mondiale dell’epoca!)

Nel solco aperto da Band Aid arrivò, nel 1985, anche “We Are the World”, progetto firmato USA for Africa. Scritto da Michael Jackson e Lionel Richie e prodotto da Quincy Jones, il brano riunì oltre quaranta superstar americane in una sorta di coro planetario. 20 milioni di copie vendute e circa 60 milioni di dollari raccolti per combattere la fame in Africa. Un appello alla solidarietà globale che trasformava la musica pop in una grande marcia benefica diffusa via radio e televisione in tutto il mondo.

C’è anche chi sceglie la via del boicottaggio culturale.

Siamo nel 1985, nel pieno dell’apartheid in Sudafrica. “Sun City” era il nome di un lussuoso, una sorta di “stato indipendente” creato dal governo razzista sudafricano per legittimare la segregazione. In realtà era un luogo di svago per ricchi e turisti bianchi, dove venivano organizzati concerti e spettacoli. Esibirsi lì equivaleva a legittimare l’apartheid.

Molti artisti famosi, attratti dai compensi altissimi, accettavano ingaggi a Sun City nonostante il cultural boycott internazionale promosso dall’ONU contro il regime sudafricano.

Il musicista Steven Van Zandt (chitarrista della E Street Band di Bruce Springsteen e attore nella famosa serie The Sopranos) decise di reagire: fondò il collettivo Artists United Against Apartheid e incise la canzone “Sun City”. Il brano aveva un messaggio chiarissimo: “I ain’t gonna play Sun City” (“Non suonerò a Sun City”).

Negli anni Novanta la bussola si sposta sull’elettronica e sull’Europa riunificata: la Love Parade, nata a Berlino nel 1989 come dimostrazione per “pace e comprensione internazionale”, si trasforma in un mare umano con centinaia di migliaia di persone 

(oltre un milione negli anni di picco), che balla il mantra PLUR (Peace, Love, Unity, Respect). La politica, da buona opportunista, fiuta l’aria: partiti e candidati presidiano i viali con volantini e sorrisi. Chiariamoci: la techno non rovescia governi, ma crea spazi dove generazioni diverse imparano a stare insieme senza chiedere la carta d’identità all’ingresso.  

Agli inizi degli anni duemila, esattamente il 20 ottobre 2001, poco più di un mese dopo l’attacco alle Torri Gemelle, si tenne al Madison Square Garden Il Concert for New York City. Fu concepito come evento benefico e catartico: raccogliere fondi per le famiglie delle vittime (in particolare i pompieri, la polizia e i soccorritori) e offrire alla città ferita un momento di unità e resistenza collettiva.

Il rock fu la penna usata per scrivere un messaggio semplice: lutto, riconoscenza, ripartenza. In una sola notte raccoglie decine di milioni per i soccorsi e mette sullo stesso palco giganti della musica quali Who, Bowie, McCartney, Jagger e Richards, Elton John,  Eric Clapton con Buddy Guy, Jay-Z e molti altri.

Nel 2017, “One Love Manchester”, il concerto organizzato il 4 giugno da Ariana Grande (due settimane dopo l’attentato terroristico del 22 maggio al termine di un suo concerto, in cui persero la vita 22 persone e centinaia rimasero ferite) fa la stessa cosa ma con un’altra grammatica: un pop globale che trasforma lo shock in comunità. Highlights e donazioni viaggiano in contemporanea su tv e social dimostrando come la socializzazione musicale, oggi, non è solo fisica ma anche digitale.  

E quando il mondo si ferma per una pandemia, l’Italia risponde come sa: cantando dai balconi. È stata un’aggregazione “condominiale”, reale, intergenerazionale, dove l’inno, una canzone pop o “Bella ciao” diventavano il pretesto per dirsi: ci siamo, insieme. Nessuno ha risolto il virus con un falsetto, ma per settimane abbiamo spostato l’asticella della socialità dal bar alla ringhiera… e ha funzionato.  

Sul fronte dell’uguaglianza, nell’ultimo decennio la colonna sonora cambia ma la funzione resta. “Alright” di Kendrick Lamar viene adottata come inno spontaneo nelle proteste Black Lives Matter: un ritornello semplice, un messaggio duro, e la dimostrazione che hip hop e pop hanno una capacità pedagogica formidabile. Non servono megafoni se hai in tasca uno smartphone e una canzone che tutti sanno a memoria.  

Nel frattempo, in Italia, la linea di continuità tra piazza e palco resta chiarissima. Il Primo Maggio è ancora la grande “agorà laica” della musica: una maratona che mescola generi e generazioni, format tv e prato, mentre i temi del lavoro e dei diritti passano dagli slogan ai set. È lì che un ragazzo di 18 anni e uno di 58 si ritrovano sotto lo stesso riff e, senza dirlo, si concedono il lusso di essere d’accordo almeno per un giorno.  

E poi ci sono i riti popolari che si fanno festival globale, come la Notte della Taranta: la pizzica risequenziata per il presente, una festa intergenerazionale da centinaia di migliaia di persone. Non è “politica” in senso stretto, ma è politica nel senso più serio: ricuce comunità, valorizza identità locali, mostra come la cultura popolare possa essere inclusiva senza diventare museo.  

Insomma, cambiano i palchi ma non il copione. Ieri c’era la piazza, oggi c’è anche il feed; ieri folk e reggae, oggi rap e pop globale; ieri marce e sit-in, oggi hashtag e fandom organizzati. Ma il meccanismo è lo stesso: la musica resta il collante che ci fa stare insieme, che ci ricorda chi siamo e cosa possiamo diventare. Certo, i rischi ci sono (soldi che evaporano, retorica a chili)  ma il saldo resta in attivo: ogni volta che cantiamo in coro, dal “We Shall Overcome” alle notti della Taranta, dal Concertone al K-pop, stiamo provando a spostare un po’ più in là l’asticella dell’uguaglianza. E magari, tra un ritornello e l’altro, ci scappa pure un futuro migliore di questo discutibile presente.

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Nicola Olivieri

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