Neal Casal, capolavoro o calma piatta?
di Nicola Olivieri-
Il 26 agosto 2019 Neal Casal se n’è andato: una data che, suo malgrado, ha acceso un riflettore nuovo sulla sua musica e sulla narrazione attorno alla sua figura.
Neal Casal è quel musicista che molti colleghi adorano e molti ascoltatori hanno incrociato senza nemmeno accorgersene: chitarrista elegante (ha suonato con Ryan Adams & The Cardinals e con la Chris Robinson Brotherhood), autore sensibile, fotografo con occhio narrativo. Da quando se n’è andato la sua figura è entrata nella zona “mito discreto”. Al centro c’è il suo debutto del 1995, Fade Away Diamond Time: per alcuni un capolavoro, per altri – tra cui, a giorni alterni, il sottoscritto – “solo” un ottimo disco che non pretende di cambiare il mondo.
Il suono è volutamente semplice: produzione asciutta di Jim Scott, strumenti che respirano, niente fuochi d’artificio. È un album “da salotto”, nel senso buono: il legno sulle pareti, aria casalinga e belle conversazioni. In band ci sono professionisti che sanno mettersi al servizio delle canzoni, e infatti il disco scorre con “Day in the Sun”, “Maybe California”, “Free to Go” fino alla perla adottiva, “Detroit or Buffalo”, presa in prestito da Barbara Keith. Qui Casal mostra gusto e misura, senza mai alzare la voce. Se cerchio la scintilla, lui ti risponde con una fiamma piccola ma costante.
Per capirlo davvero conviene tornare al 1995, quando spopolava l’alt-country – cioè un country “alternativo” che rifiutava le copertine patinate di Nashville e cercava un lessico più intimo e indipendente. Casal si mette in quella corrente ma guarda indietro alla scuola di Laurel Canyon – quartiere di Los Angeles che negli anni Settanta fu la casa di cantautori come Jackson Browne e Crosby, Stills, Nash & Young – portando il racconto su un terreno quasi domestico. La “politica” del disco non è nei proclami: è nelle scelte quotidiane, nei piccoli addii, nelle fughe brevi e nei ritorni lunghi. L’America che si sente qui è quella delle promesse trattenute, più cronaca degli affetti che comizio.
Perché tanti lo chiamano capolavoro dunque? Perché tiene insieme scrittura coerente, produzione rispettosa e un tempismo storico perfetto: arrivava quando molti cercavano un’alternativa credibile al mainstream. Ci si è poi aggiunta l’aura postuma, che inevitabilmente ingrandisce le cornici.
E perché, invece, può non sembrare tale? Perché il disco ama i tempi medi e le sfumature, e a qualcuno risulta troppo uniforme; perché il debito verso gli anni Settanta è evidente e l’eco dei maestri può coprire, a tratti, la voce del nuovo allievo; perché la cover, splendida, rischia di rubare la scena. Non è un delitto: la bellezza qui non fa effetto “wow”, preferisce il “ah, ecco, è così che si fa”.
Se però si prova a cercare altrove più rischio e carattere, c’è un sottobosco ricchissimo. Tra i “cugini” nascosti che spesso la critica mette allo stesso livello – o addirittura più su – spuntano Richard Buckner con Devotion + Doubt, Richmond Fontaine con Post to Wire e Peter Bruntnell con Normal for Bridgwater. Non serve spuntarle come una lista della spesa: basta annusarle per capire che la famiglia è ampia e le strade sono molte.
Fade Away Diamond Time è un classico di coerenza più che di clamore. Se non cambia la vita, non vuol dire che si è “sordi al capolavoro”; forse, più semplicemente, si preferisce un fuoco scoppiettante. Anche a me capita di preferire a volte il crepitio del camino, altre, invece, la fiamma piccola e delicata che fa esattamente il suo lavoro






