Le riforme a costo zero

di Giuseppe Moesch*

Nel 1978 mi fu chiesto se fossi interessato ad una collaborazione con la UIL, il sindacato laico nato il 5 marzo 1950, riunente socialisti, socialdemocratici, azionisti e repubblicani, creato per sfuggire alla ideologizzata presenza egemone dei comunisti nella CGIL e dei democristiani nella CISL

Dopo la lunga segreteria di Italo Viglianesi, che durò dal 1953 al 1969 quando fu nominato presidente, e furono nominati tre segretari generali, Lino Ravecca, Ruggero Ravenna e Raffaele Vanni, che restarono in carica fino al 1971, quando Vanni fu confermato segretario unico, restando talr fino al settembre del 1976 quando gli subentrò Giorgio Benvenuto.

La perdita della segreteria da parte di Vanni fu in parte dovuta alle divergenze politiche con la linea lamalfiana del Partito Repubblicano; la conseguenza principale fu quella del potenziamento della figura di Aride Rossi, altro segretario confederale oltre allo stesso Vanni insieme ad Ugo Luciani, rappresentanti della componente repubblicana.
La proposta fattami era tesa a rafforzare la componente economica dell’organizzazione, ed in particolare creare un supporto al lavoro di Aride Rossi, e la vissi come vivrebbe un medico ricercatore a cui viene proposto un lavoro in un importante laboratorio.

Il sindacato era un luogo da cui passavano tutte le vicende economiche micro e macro del Paese e quindi accettai, anche se avrei dovuto avere il placet sia di Aride Rossi che di Ruggero Ravenna che era il responsabile economico della nuova gestione di Benvenuto.

Il mio nome era stato proposto da Bruno Trezza, che era stato mio maestro e all’epoca era il responsabile economico del PRI, che conosceva la mia preparazione e sapeva che mi sarebbe piaciuto cimentarmi in una tale avventura, e quindi per Rossi l’idea di avere a disposizione un giovane professore universitario suggerito dal partito, era una garanzia.
Dovetti quindi affrontare il colloquio con Ravenna, al quale ero stato indicato come economista, senza precisare la mia matrice culturale. Lo incontrai nel suo studio e mi apparve subito come una persona dalle idee chiare, anche se un poco brusco, ma molto attento rispetto ai suoi interlocutori; mi chiese di cosa mi fossi occupato, delle mie esperienze professionali e di avere qualche mio documento.

Singolarmente avevo con me le bozze di un articolo che avrei dovuto presentare ad un convegno organizzato ad Istanbul dall’UNIDO, l’organizzazione delle Nazioni unite per l’industrializzazione, scritto a due mani con il professor Franco Archibugi, grande guru della pianificazione in Italia. L’articolo affrontava la tematica dei provvedimenti proposti nelle varie leggi a supporto degli sforzi per la crescita e lo sviluppo del Mezzogiorno, ovvero proprio uno dei settori che la UIL intendeva rafforzare.

Archibugi era stato un mito in quel periodo, ed un orgoglioso esempio per i socialisti e non solo, per cui mi ritrovai immediatamente accettato, tra l’altro nella convinzione che la mia collocazione fosse della sua stessa parte politica.
Mi affidarono la responsabilità del settore “Infrastrutture e Mezzogiorno”, ma in realtà partecipavo a quasi tutte le riunioni con Aride Rossi e a molte con Ravenna, e a tutte quelle sui settori di mia competenza nell’ambito della federazione unitaria CGIL, CISL e UIL.

Dopo la rottura del 1948 bisogna attendere il 1968 per rivedere una manifestazione comune tra le tre principali sigle sindacali, e questo dipese da due circostanze delle quali la prima fu l’interazione con i movimenti giovanili di quegli anni, la seconda e forse più importante, fu la cosiddetta “Primavera di Praga” che provocò una tale indignazione da far prendere alla CGIL le distanze dall’Unione Sovietica e dall’organizzazione sindacale mondiale ancorata su posizioni marxiste.
Le grandi battaglie che contrassegnarono l’autunno caldo, l’approvazione della legge 300/70 cioè dello Statuto dei lavoratori, fortemente voluto dal Ministro Brodolini, spingono nella direzione di un tentativo di riunificazione, in particolare da parte dei metalmeccanici, ma forti furono le resistenze da una parte della CISL, e della UIL che temeva la presenza massiccia della componente comunista.

Si arriva così al 1972 anno in cui finalmente ci si accorda per la costituzione della Federazione Unitaria, composta da un Consiglio di 90 membri, 30 per ogni organizzazione, e da un direttivo di 15 membri anche in questo caso 5 membri per organizzazione, impegnandosi tutti a mantenersi autonomi dai partiti politici.
Quando cominciai a frequentare la sede di Via Sicilia a Roma, mi resi conto di una situazione che potrei definire schizofrenica: da un lato la voglia di molti di noi di lavorare insieme, convinti che l’unità avrebbe permesso di raccogliere risultati migliori, ma nello stesso tempo le resistenze dei più politicizzati, in particolare quelli della CGIL, che vedevano con malcelato fastidio la presenza delle altre sigle, che, secondo loro, annacquavano le posizioni marxiste da loro preferite. Sembrava di vivere in un mondo Orwelliano dove si affermava che tutti gli animali (sindacalisti) erano uguali, ma alcuni (quelli della CGIL) erano più uguali degli altri.

Gli effetti si riversavano sui rapporti con le categorie, che consideravano la Federazione come un corpo estraneo, tanto che un giorno, durante una riunione, con nostra sorpresa, arrivò un nutritissimo gruppo di lavoratori in sciopero a manifestare sotto le nostre finestre, considerandoci controparte rispetto a loro.
i miei interlocutori principali erano Ugo Pirarba per la CISL e Silvano Levrero per la CGIL.
Due persone magnifiche che sarebbero diventati due miei amici tra i più cari. Ambedue più anziani di me, ed ambedue con un passato di lotte a favore dei lavoratori più fragili.

Il primo, Pirarba, sardo di Arzana, fine intellettuale cattolico, docente, strenuo sostenitore dell’Ogliastra, aveva lottato con i minatori per l’ottenimento di condizioni di lavoro più umane. Sarebbe diventato Segretario Regionale della sua organizzazione, poi Direttore del Centro studi della Cisl di Firenze e Assessore regionale all’Agricoltura sarda.
Il secondo, Levrero, napoletano intellettuale di vaglia, autore di innumerevoli articoli su giornali riviste e di libri alcuni scritti con il cognato Aurelio Lepore filosofo napoletano.
Protagonista in prima linea nella battaglia per la terra ai contadini nella Piana del Sele, con indimenticabili comizi nella piazza di Eboli e nella zona di Persano, fu considerato l’anima dell’organizzazione del movimento nella Piana del Sele, che contribuirono all’approvazione della riforma agraria del governo De Gasperi del 1950, e fu per molti anni segretario generale della CGIL Campana.

Lavoravamo sui temi del Mezzogiorno, tutti e tre appassionati ad un tema che ci vedeva accomunati dalla analoga appartenenza a tradizioni e culture comuni, per cui la sintonia era massima. Tuttavia le riunioni erano per me assai più interessanti perché venivo istruito dalla viva voce dei due protagonisti di esperienza di vita straordinaria, sul divenire della vita sociale ed economica del periodo seguente alla seconda guerra mondiale.
Era il periodo in cui dovemmo scrivere l’intervento per il segretario confederale della CISL, se non ricordo male credo fosse Roberto Romei, per un convegno sul Mezzogiorno, e anche se non eravamo in disaccordo sulle nostre comuni valutazioni, ogni volta che sottoponevamo gli scritti ai nostri rispettivi segretari confederali, c’erano sempre delle frasi che dovevamo modificare perché potevano apparire come segno di cedimento verso le posizioni dell’una o dell’altra Confederazione. Era un lavoro di Sisifo, in alcuni casi ridicolo, ma era la normalità del nostro operato.
Uno degli ultimi momenti di effettiva cooperazione tra le tre sigle fu la predisposizione del cosiddetto “Documento dell’Eur” del 1979, in buona parte scritto con l’amico socialista della UIL Vittorio Macchitella e Renato Matteucci anch’egli socialista ma della CGIL; non ricordo chi ci fosse per la CISL. La cosa più interessante di tutto quel lavoro fu non solo quello di riaffermare l’unità sindacale, ma anche l’accettazione dei principi della programmazione in economia e quindi il dialogo con il governo e la parte datoriale.

La cosa più singolare fu che al Palazzo dei Congressi a Roma, dove si erano riunite le rappresentanze sindacali delle tre confederazioni, ma anche le rappresentanze di tutte le categorie, dopo l’introduzione dei segretari generali sul documento che era stato inviato a tutti, ci fu assegnato il compito di esaminare le proposte di emendamenti che i delegati avevano predisposto.

La lettura di quelle proposte era il segnale più eclatante di quella insofferenza che serpeggiava nella base che malvolentieri accettava le indicazioni che venivano dal centro.
Il lavoro si svolse durante una interruzione per una pausa pranzo, e noi estensori eravamo sul retro del palco dove erano anche presenti i vertici della Confederazioni.
Mentre noi leggevamo e decidevamo se accettare o meno ed eventualmente inserire le modifiche proposte, peraltro quasi tutte scartate, erano arrivati dei panini, dei quali non potemmo godere, e così affamati continuammo a lavorare per diverse ore per predisporre la stesura definitiva che venne approvata infine dai segretari generali.
Le fibrillazioni di quel giorno esplosero nei mesi successivi specialmente quando noi estensori fummo inviati a varie riunioni per spiegare il senso di quelle scelte.

Fu un crescendo di punzecchiature, di distinguo ed in particolare da parte della CGIL, una seria volontà di provocazione. Una di queste si ebbe quando su una legge finanziaria proposta dal governo, credo, se non ricordo male, presieduto da Cossiga, il Partito Comunista ufficializzò una serie di proposte avallate dalla CGIL che avrebbero reso ancora più grave la situazione del Paese.
Ebbi una lunga discussione con Ruggero Ravenna che convenne con me sull’impossibilità di accettare quelle proposte per rispettare l’impegno preso con il “Documento dell’Eur”, e con l’arguzia che lo caratterizzava, propose che avremmo accettato tutte le proposte “purché a costo zero”.

Ovviamente era uno sberleffo alla CGIL, perché è evidente che non esistono interventi a costo zero, ed era quindi un modo per affermare una prima grave rottura per l’unità che si sarebbe realizzata di lì a poco.
Leggo in questi giorni delle proposte della segretaria del PD Ely Schlein, che propone di portare il salario minimo a 9 euro e di scorporare la componente gas dal costo dell’energia, sostenendo che si tratta di azioni che si possono fare subito e a costo zero.

Ruggero Ravenna usò quella locuzione per prendere in giro i seguaci di un partito che già denunciava le sue carenze nella capacità di gestire responsabilità istituzionali; oggi la Schlein, dopo le varie fantasiose esternazioni, come l’armocromia, a cui ci ha abituato, ha sfornato un capolavoro di autoironia con uno sberleffo rivolto a se stessa ed a tutto il campo largo.

 

*già Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno

Giuseppe Moesch Giuseppe Moesch

Giuseppe Moesch

Napoletano, già professore ordinario di Economia Applicata, prestato alla politica ed alle istituzioni nazionali ed internazionali, per le quali ha svolto incarichi e missioni viaggiando in quasi cinquanta Paesi attraversando l’umanità che li popola. Oggi propone le sue riflessioni scrivendo quando non riesce a capire quelle degli altri.

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