Il Venerdì Ri…leggiamo Poesia “il sole colava come miele”
di Graziella Di Grezia-
A volte ci chiediamo perché in estate abbiamo un ritmo lento, o forse non ne abbiamo uno, preferiamo fermarci o andare “piano piano” , come se avessimo la necessità di assecondare una natura che si fa sentire in modo deciso. Il salire delle temperature, le ore di luce che prevalgono sembrano rendere i nostri giorni più lunghi rispetto alle altre stagioni.
Siamo nel cuore dell’estate., quando «non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi»
Da una parte le città si svuotano, dall’ altro i luoghi di vacanza si affollano.
Da un lato il silenzio , dall’ altro il caos.
Ci spostiamo per avere più pace, ma spesso ci ritroviamo ad averne meno.
Per questo ho scelto di riflettere su una lirica poco nota, un pò sommessa, ma intensa: “Estate” di Cesare Pavese.
Lo sguardo di Pavese, come spesso accade nella sua scrittura, si posa sul quotidiano e lo trasforma in qualcosa di profondamente esistenziale.
«Tutto questo fa male, come quando si muore»
In queste righe si respira un’estate diversa, fatta di interni, di finestre chiuse, di silenzi che fanno rumore. Un’estate che non è vacanza, ma tempo sospeso.
«La solitudine è questo: un dialogo silenzioso».
Cesare Pavese, nato a Santo Stefano Belbo nel 1908, fu scrittore, poeta, traduttore, e uno degli intellettuali più importanti del Novecento italiano. Con la sua sensibilità unica, ha dato voce a temi come la solitudine, il mito, la morte, e il desiderio umano di appartenere.
La sua produzione poetica è raccolta soprattutto in “Lavorare stanca” – un titolo che già dice molto del suo sguardo sul mondo. La sua fine, nel 1950, fu tragica e silenziosa, proprio come molti dei suoi versi.
Pavese lo scelsi all’ esame di maturità, un brano tratto da “La Luna e i falò”.
Nel tempo ci ha lasciato frasi diventate aforismi, che resistono più del ricordo:
«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi»
La poesia che vi propongo oggi è come una finestra su una stanza chiusa. Dentro c’è il caldo, ma non quello meteorologico. C’è un’attesa indefinita. C’è un silenzio che pesa.
E poi, finalmente, la notte che arriva con il canto dei grilli e un sogno che scivola lieve. È questo il miracolo di Pavese: dire ciò che è difficile anche solo da descrivere, e farlo con parole essenziali.
Vi invito a rileggere con calma questi versi. Magari proprio in un pomeriggio d’estate, con le finestre aperte e il canto dei grilli in sottofondo.
“Estate” – Cesare Pavese
Estate.
Una sera d’estate il sole colava
come miele dalle spalle dei colli.
Ma nella casa, a finestre serrate,
era buio, e silenzio.
Il caldo – non quello di fuori –
bruciava la pelle e saliva
come un’ombra sul muro.
Nessuno parlava.
Un respiro, un rumore.
Forse una sedia.
La notte, infine, portò
le voci dei grilli
e un sogno leggero
come l’aria che filtra
da una crepa.







