Siamo maturi?
di Michele Bartolo-
Di recente sono apparsi alla ribalta mediatica i casi di studenti che, all’ultimo anno delle scuole superiori, hanno affrontato l’esame di maturità in modo davvero singolare. Questi ragazzi, in buona sostanza, hanno sostenuto regolarmente le prove scritte ma poi, presentatisi per sostenere l’orale, hanno rifiutato di sostenere la prova, avendo peraltro la sufficienza numerica dei voti per poter essere promossi.
La conseguenza è stata che questi ragazzi hanno comunque superato la prova di maturità ma il loro “rifiuto” ha avuto una vasta eco mediatica e sui social, poiché si sono resi protagonisti di questo atto di disobbedienza e per alcuni di coraggio. Si tratterebbe, infatti, secondo i sostenitori del loro gesto, di una forma di protesta contro il sistema, reo di mortificare il merito, di non dare il giusto valore al percorso di studio degli studenti e di limitare il giudizio finale ad una mera valutazione numerica che, ironia della sorte, è stata dalla loro parte, visto che alla fine sono stati comunque promossi.
Peraltro, bisogna aggiungere che il caso da isolato ha avuto parecchie emulazioni, tanto che il Ministro Valditara, al fine di evitare che il sistema appunto franasse, si è affrettato a dire che l’anno prossimo chi si comporterà alla stessa maniera sarà senz’altro bocciato. In effetti, il problema principale è sempre lo stesso: perché chi accetta e rispetta le regole deve essere danneggiato dalla scelta istrionica di singoli? Perché una forma di protesta, in teoria anche con alcuni elementi di validità, deve penalizzare chi invece quell’esame orale lo ha sostenuto, studiando e sacrificandosi per quella prova? Insomma, ciò che dice il Ministro è tutto sommato una ovvietà: se un esame è strutturato in un insieme di prove, non può essere lo studente arbitrariamente a decidere quali sostenere e quali no né a darsi un voto di sufficienza basato solo su una valutazione parziale delle prove a cui si è sottoposto.
Nel merito e sul merito, tuttavia, a me pare che la valutazione dello studente, se pure numerica, ci sia sempre stata e faccia parte della nostra vita quotidiana, come giustamente ha detto e sostenuto lo psichiatra Paolo Crepet. Un fidanzato o una fidanzata ti mette un voto, un calciatore se è bravo prende un voto in più in pagella rispetto ad un altro, così un cantante, un atleta o una squadra di calcio che arriva prima, seconda o terza ad una competizione, o magari ne viene esclusa. Anzi, il problema forse è il contrario: i numeri sono troppo elevati, i dieci fioccano, come i cento alla maturità, mentre probabilmente, se di esami si tratta, dovrebbero fioccare anche le bocciature.
Il merito, infatti, si concretizza nel premio riservato a chi si è impegnato, ha studiato ed ha diritto ad una gratificazione ed al riconoscimento del lavoro svolto mentre chi non ha fatto lo stesso lavoro non ha meritato e deve quindi ripetere il percorso di studio. Questo è il merito, questa è l’educazione scolastica che porta ad una vera maturità. Il problema non è la competizione con gli altri, quella è per i mediocri; la vera competizione è quella con sé stessi, per cercare sempre di migliorarsi e di porsi degli obiettivi da raggiungere.
Ma tutto nel rispetto delle regole, degli altri che fanno il nostro stesso iter e della valutazione numerica, che ci premia se meritiamo e che ci insegna a rialzarci se demeritiamo. Ricordo ancora, all’epoca del ginnasio, la mia professoressa di latino e greco che rifilava, a quelli che oggi sono valenti professionisti, gli uno meno meno alle versioni. Quegli uno meno meno, oggi possiamo dirlo, sono stati, per chi li ha presi, il vero trampolino di lancio nel mondo degli adulti.
Oggi sarebbe impensabile per un insegnante mettere un voto del genere, probabilmente arriverebbero a scuola genitori, nonni, polizia, vigili del fuoco e chi più ne ha più ne metta. Purtroppo è cambiata la società, non il concetto del merito e le sue regole.
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