Il Venerdì… Rileggiamo Poesia “il cuore è quieto come il cielo”
di Graziella Di Grezia
In questi giorni di estate il clima concilia un rallentare delle nostre azioni, dei nostri pensieri, un vivere più lentamente e con maggiore luce, che spesso ci fa vedere meglio tutto quello che nella velocità invernale abbiamo trascurato.
Non a caso in questo ci aiuta la poesia orientale, in particolare quella cinese classica, che ha fatto della contemplazione una vera arte: nulla di retorico, nulla di complicato, solo uno sguardo limpido sulla realtà e sul sentire più profondo.
Per il nostro appuntamento di “Venerdì rileggiamo poesia” ho scelto un testo poco noto di Bai Juyi, poeta cinese vissuto tra il 772 e l’846, durante la dinastia Tang, periodo d’oro per la letteratura e le arti in Cina.
Bai Juyi è un autore sorprendente: non cercava l’effetto o la raffinatezza stilistica fine a sé stessa, ma desiderava essere capito da tutti. I suoi versi nascono da esperienze quotidiane – la solitudine, il lavoro, l’amicizia, le stagioni – e puntano dritti al cuore. La sua poesia è semplice solo in apparenza: in realtà è profondamente pensata, costruita per trasmettere significati etici e spirituali con la massima naturalezza.
Diceva spesso:
“Una poesia che la gente non capisce è una poesia sprecata.”
E ancora:
“Non è nei palazzi che troverai pace, ma nel tuo cortile.”
Nel corso della sua vita fu anche funzionario imperiale e visse esperienze di esilio, ma trovava la sua vera dimensione nella semplicità, nella quiete, nel rapporto diretto con la natura.
La poesia che proponiamo oggi racconta un pomeriggio estivo qualsiasi, vissuto in modo straordinariamente presente. C’è il cortile di casa, l’ombra di un albero, il canto delle cicale, l’aria immobile. E poi c’è l’effetto che tutto questo ha sull’animo del poeta: un vuoto benefico, un silenzio interiore che diventa spazio di verità.
È una scena minima, eppure racchiude un intero modo di stare al mondo. Siamo nel pieno della stagione calda, ma non c’è alcuna lamentela, né stanchezza retorica: c’è accoglienza, consapevolezza, fusione con l’ambiente. È il principio del “wu wei” taoista, il non-agire, che non significa inazione, ma adesione piena al presente, senza forzature.
Anche linguisticamente, Bai Juyi si distingue: sceglie una lingua semplificata, più vicina al parlato dell’epoca, rinunciando al virtuosismo formale che spesso caratterizzava i poeti confuciani. Per questo fu apprezzato anche fuori dalla Cina, soprattutto in Giappone e Corea, dove i suoi versi venivano appresi a memoria già nei secoli successivi.
E allora, in questo luglio rovente, forse anche noi possiamo imparare qualcosa da questi pochi versi. Non serve un grande viaggio per incontrare la pace. A volte basta un cortile, un po’ d’ombra e il canto ostinato delle cicale.
Ecco la poesia:
Bai Juyi
Un giorno d’estate a casa
Nel cortile caldo del pomeriggio,
mi stendo all’ombra di un albero.
L’aria è immobile, le cicale gridano.
La mente si svuota,
e il cuore è quieto come il cielo.







