Giustizia avvelenata
di Michele Bartolo-
La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha confermato, in data 25 giugno 2025, la condanna all’ergastolo per Alessandro Impagnatiello, reo confesso dell’omicidio della compagna Giulia Tramontano e del loro figlio non ancora nato. Una decisione che chiude definitivamente le speranze della difesa di ottenere una riduzione della pena, ma che presenta una modifica sostanziale rispetto alla sentenza di primo grado.
Il trentunenne barman, già condannato in primo grado il 25 novembre 2024, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ha visto confermata la pena massima prevista dall’ordinamento italiano. Tuttavia, i giudici di secondo grado hanno escluso l’aggravante della premeditazione, riconosciuta invece nel processo di primo grado. Una decisione che non modifica la pena finale ma che ha implicazioni giuridiche significative. Il femminicidio risale al 27 maggio 2023. La ventinovenne, incinta di sette mesi del piccolo Thiago, fu uccisa dal compagno Alessandro Impagnatiello nell’appartamento che condividevano a Senago, nel Milanese. Il corpo della donna fu poi dato alle fiamme e abbandonato in una zona boschiva.
Il caso scosse profondamente l’opinione pubblica italiana, diventando simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Giulia era una giovane donna che aveva scoperto da poco il tradimento del compagno con una collega e che stava per diventare madre per la prima volta. Durante le indagini emerse il quadro di una relazione caratterizzata da continui inganni. Impagnatiello aveva mantenuto per mesi una doppia vita, frequentando contemporaneamente Giulia e una collega di lavoro. Quando Giulia scoprì il tradimento, l’uomo iniziò a raccontare una serie di bugie sempre più elaborate per nascondere la verità.
La sera dell’omicidio, Impagnatiello attirò Giulia in casa con il pretesto di chiarire la loro situazione. Invece di affrontare i problemi, l’uomo uccise la compagna e il bambino che portava in grembo. Nel processo di primo grado, celebrato davanti alla Corte d’Assise di Milano, Impagnatiello era stato condannato all’ergastolo per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai rapporti di convivenza, per interruzione di gravidanza non consensuale, per occultamento di cadavere e, infine, per possesso di sostanze stupefacenti.
La sentenza di primo grado, quindi, aveva riconosciuto tutte le aggravanti contestate dalla Procura, inclusa quella della premeditazione che ha rappresentato uno dei punti più dibattuti del processo. La difesa di Impagnatiello, invece, aveva sempre sostenuto che l’omicidio fosse avvenuto in un momento di “raptus” e non fosse stato pianificato. Deve rilevarsi che la stessa Corte d’Assise d’Appello di Milano ha respinto la richiesta di giustizia riparativa per l’imputato, ritenendo che le parole di pentimento da lui pronunciate siano state “di maniera”. Insomma, secondo la Corte, Impagnatiello avrebbe dovuto motivare la scelta di un percorso di riconciliazione, il cui fine è il riconoscimento della vittima del reato, offrendo la prova “di un minimo di maturata consapevolezza del senso, della finalità e della personalizzazione di un atto riparatorio”.
Rimane, però, inspiegabile l’esclusione delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione. Giulia è stata uccisa con ben trentasette coltellate ma l’atto omicidiario non è stato ritenuto crudele. Ancora, sia nel corpo di Giulia che del feto sono state trovate tracce di veleno per topi, che da circa sei mesi Impagnatiello somministrava alle vittime attraverso il cibo. Ma anche questo non è stato ritenuto sufficiente per confermare l’aggravante della premeditazione. Anzi, secondo la prospettazione della difesa, da un lato l’aggravante della crudeltà non sussiste “perché i colpi sono stati sferrati con velocità”, dall’altro non si può parlare di premeditazione.
Secondo i legali dell’imputato, infatti, le ricerche sul veleno per topi si sarebbero concentrate «sempre ed esclusivamente sul feto in quanto, lo scopo – si legge nell’atto d’appello della difesa – era provocare l’aborto della Tramontano e non causarne la morte». È comprensibile che la difesa abbia cercato di percorrere tutte le strade per arrivare ad una riduzione di pena, ma davvero non sono comprensibili le motivazioni che hanno portato i Giudici del secondo grado a cancellare le aggravanti della premeditazione e della crudeltà in un contesto omicidiario così efferato. Il femminicidio di Giulia Tramontano è diventato simbolo della necessità di combattere il fenomeno dei femminicidi, che continua a mietere vittime nel nostro Paese.
Con la sentenza d’appello, si apre ora la strada per un eventuale ricorso in Cassazione. Un eventuale ricorso in Cassazione non potrebbe però mettere in discussione la pena dell’ergastolo, ma solo aspetti procedurali o di diritto. La Cassazione, infatti, non è un terzo grado di giudizio nel merito, ma un giudizio di legittimità. Nel frattempo, rimane la sentenza di secondo grado e rimangono i dubbi su una Giustizia a metà, che probabilmente non ha tutelato appieno la memoria delle vittime.






